Dolendo novit mortalis vitam


Dolendo discit mori mortalis

martedì 31 marzo 2015

Sulla natura dell'arte narrativa e sull'importanza dello studio

Segnalo cinque articoli molto interessanti.
  1. Il problema di chiamarla "Arte" e basta dal blog di Vaporteppa.
    Cosa è d'avvero l'Arte in ambito letterario? Per chi ha studiato, il problema non si pone: è dal 1961 che è diventata chiara la natura della narrativa come Arte Retorica, per la precisione Retorica delle Dissimulazione. Eppure tanti autori continuano a rifugiarsi nella parola Arte come contrapposizione a Commerciale, perché schiacciati da una meccanismo commerciale a cui non sanno adeguarsi. Allo stesso modo, molti editori incompetenti usano le logiche di mercato come scuse per accontentarsi di standard qualitativi bassi. Ciò è reso possibile dall'usare la parola Arte in modo molto generico. Perché si usa spesso "Arte" senza dare un significato chiaro alla parola? Tra i vari motivi, inclusa l’ignoranza e la malafede, c’è anche quello che molta di questa presunta Arte, giudicata come Retorica, è spazzatura. Un altro problema della parola Arte non definitiva maggiormente è che gli editori hanno cominciato a definire Arte Letteraria porcate caratterizzate dall'uso di parole oscure a caso e/o da un tono radical-chic o finto intellettuale. Tanto, se l’Arte non è definita in modo preciso, chi può dire che non siano Arte? E chi può impedire di sfruttare il termine per scopi puramente commerciali? 
  2. Gli handicappati della letteratura da Baionette Librarie.
    In questo articolo si utilizza Baricco come esempio di pessimo scrittore in quanto non fa retorica nel modo atto a causare un responso misurabile nel cervello. Partendo da ciò, si ragiona sul perché ci sia gente convinta che Baricco sia un grande scrittore e su quali bias stanno dietro a certi errori di valutazione. Infine, si spiega perché l'odio italiano verso la narrativa di genere porti da un lato a una generale diminuzione del numero dei lettori e dall'altro a una diffusa mancanza di serietà tra gli scrittori. 
  3. Nascita o addestramento? dal blog di Vaporteppa.
    Fa comodo appellarsi al Talento, perché salva dalle critiche e dalla fatica. Perché studiare per migliorare, se solo il Talento conta? Peccato che in realtà lo studio e l'allenamento siano molto più importanti del potenziale di partenza. 
  4. La Qualità è l’unica Realtà che abbiamo dal blog di Vaporteppa.
    Prendendo spunto da due video di Enzo Mari, si parla dell’importanza di fare aspirando a far bene, lavorando per far bene, secondo metodi che aumentino l’efficienza e con obiettivi di qualità chiari in testa. 
  5. La Virtù sta sempre nel mezzo? dal blog di Vaporteppa.
    La differenza tra fede e conoscenza sta in ogni cosa.
    Prendiamo per esempio l’idea diffusa che ogni estremo sia sbagliato e la corretta soluzione sia sempre in mezzo, che è l’interpretazione di chi segue per fede “in medio stat virtus” applicandolo sempre e senza interrogarsi su cosa implichi o cosa significhi.
    Per esempio, applichiamolo alla scelta tra due estremi: per dissetarsi è meglio un bicchiere d'acqua o uno di sabbia? Chi sceglie di bere acqua è forse un estremista? C'è differenza tra "equilibrio" e "compromesso"?
    In Narrativa, non esiste una via di mezzo tra Mostrare e Raccontare: l'unica scelta sensata è quella del Mostrare. L'equilibrio va quindi ricercato internamente al Mostrato, perché descrivere troppo o descrivere troppo poco sono entrambe scelte dannose. Bisogna capire cosa Mostrare e, soprattutto, come farlo in relazione al Punto di Vista. Il resto va tagliato. 

Per chi volesse approfondire le questioni accennate, consiglio di leggere "Retorica della Narrativa" di Booth, "Storia e Discorso" e "Literary Style" di  Chatman, qualche buon saggio di Tecniche Narrative di base (ad esempio, quelli della Gotham Writers's Workshop o di James N. Frey) e qualche testo di Neuronarratologia, Poetica Cognitiva, Neuroretorica e Neuroestetica. In particolare, consiglio i testi di Stefano Calabrese ("Neuronarratologia", "Retorica e Scienze Neurocognitive"...) e di Bernini e Caracciolo ("Letteratura e Scienze Cognitive"...).

domenica 29 marzo 2015

Recensione: "Endless Forms Most Beautiful" dei Nightwish

Nightwish – Endless Forms Most Beautiful
- Voto: 42 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Symphonic metal
- Influenze: Folk metal, Power metal, Celtic metal, Thrash metal
Analisi:
È da un po' di anni che i Nightwish sono impantanati nei propri cliché. O meglio, più che dei Nightwish, conviene parlare di Tuomas Holopainen, dato il gioco di squadra qui non è di casa, se non per qualche piccolo spazio dato a Marco Hietala.
Il tastierista finlandese sembra essere un fan dei Pokémon, a tal punto da far evolvere i propri brani in modo simile ai mostriciattoli giapponesi: diventano più grossi e rumorosi, ma la sostanza rimane sempre quella. Con ciò non intendo dire che i Nightwish dovrebbero rivoluzionare totalmente il proprio sound, ma che per lo meno dovrebbero essere in grado di evolversi, di dare a ogni album una personalità propria e di non sfornare solo brani perfettamente intercambiabili. C'è chi riesce a creare ricette nuove pur utilizzando sempre i soliti ingredienti, a far sembrare fresco ciò che in realtà è stantio, ma non è il caso di Tuomas.
Forse consapevole del problema, nei due album precedenti si è fatto aiutare da Pip Williams e ha tentato di nascondere i buchi nel songwriting inserendo strati su strati di orchestre fuori luogo. Ciò nonostante, le critiche non sono mancate e Tuomas ha deciso di sfornare un album più "band-oriented", cosa che però rende complicato nascondere la banalità delle canzoni. E il compito diventa ancora più arduo quando non si ha a che fare con semplici soluzioni trite e ritrite, ma addirittura con autoplagi palesi. Infatti, se Endless Forms Most Beautiful fosse stato pubblicato dagli Xandria, probabilmente Tuomas Holopainen li avrebbe denunciati per plagio. Ma passiamo ad analizzare i "nuovi" brani dei Nightwish.
L'album si apre con "Shudder Before the Beautiful", che non è altro che un copia-incolla sfacciato di "Dark Chest of Wonders", "Master Passion Greed" e "Storytime". Davvero, ci sono passaggi identici! E lo stesso vale per "Yours Is An Empty Hope", che pesca ancora da "Master Passion Greed" e "Dark Chest of Wonders", condendo il tutto con Floor che urla distruggendosi le corde vocali. Probabilmente la cantante olandese è masochista e gode all'idea di rimanere afona per via dei noduli, ma perché gli ascoltatori dovrebbero soffrire assieme a lei?
Per fortuna l'olandese riesce a essere più delicata nella power ballad "Our Decades In The Sun", che però è piatta e ha un antifurto di voci bianche riciclato da "A Lifetime of Adventure" del progetto solista di Tuomas. Ma l'estremismo ecologista non finisce qui: l'orrenda "Apenglow" ha i synth presi di peso dall'altrettanto orrenda "Bye Bye Beautiful", mentre la moscia "Élan" sembra "Last of the Wilds" rallentata. Per lo meno qui Floor si lascia ascoltare con piacere.
Proseguiamo con "My Walden", che ha una melodia da filastrocca demenziale dell'asilo, ma che sul finale recupera grazie a un inaspettato cambio di tempo e a dalle cornamuse ispirate. Purtroppo non è uno stato di grazia che dura a lungo: già la successiva title-track ha una melodia da facepalm epilettico.
Dopo aver esaurito tutti i brani indecenti, passiamo a citare quelli decenti. In primis "Edema Ruh", che ha una melodia molto bella, anche se già sentita. Si salva per poco anche "Weak Fantasy", che ha delle soluzioni simil-western interessanti. Peccato, però, che il finale sia troppo ripetitivo e che Floor stia affogando nel catarro. E qui mi domando: in Finlandia hanno per caso abolito i mucolitici? Allora infilatele un aspirapolvere in gola e fatela benedire dal Divino Otelma, purché smetta di abbaiare! 
A questo punto rimane solo l'ultima mezz'ora dell'album, che si apre con "The Eyes of Sharbat Gula". Si tratta di un brano semi-strumentale ispirato, che però è stato allungato innaturalmente e reso ripetitivo. Evidentemente Tuomas vuole giocare a chi ce l'ha più lungo, come si capisce anche da "The Greatest Show on Earth", una suite lunga ventiquattro minuti che parla dell'evoluzione della vita sul pianeta Terra. Un progetto molto ambizioso, forse anche troppo: se già i Dream Theatre di "Octavarium" faticano a tenere alta l'attenzione dell'ascoltatore, quante probabilità ci sono che Tuomas non abbia fatto il passo più lungo della gamba? Nessuna, tant'è che su ventiquattro minuti almeno la metà sono filler. Questa tendenza si palesa fin dall'intro al piano: tanto bello quanto ripetitivo. Che noia! E questo è solo l'inizio di una sfiancante attesa che dura fino a metà del sesto minuto, momento in cui il brano si avvia davvero e si trasforma in uno scarto degli Epica. Per lo meno le linee vocali ispirate riescono a farci arrivare intorno al decimo minuto, ma subito dopo la suite si sfilaccia. E così, tra progressioni random, parti cantate inutili, qualche secondo simil-dance e suggestioni orchestrali soporifere, si arriva ai due minuti finali di versi delle balene e suoni oceanici. Tuomas, ci stai prendendo per il culo?!
Insomma, "The Greatest Show on Earth" ha dalle intuizioni molto ispirate, che però sono state inserite in una struttura nonsense, caotica e piena di parti inutili. È come utilizzare del caffè di ottima qualità per farci una brodaglia annacquata alla statunitense! Come se non bastasse, ci sono forti somiglianze con la colonna sonora di Avatar, anche se certe cose non sono una novità (ad esempio, provate ad ascoltare "Paperdoll" dei Markize e poi "Cadence of Her Last Breath").
Per quanto riguarda i testi, Tuomas si è lasciato andare a una scrittura pomposa e pretenziosa che però nasconde una certa povertà di contenuti; infatti i testi più belli sono quelli scritti e letti da Richard Dawkins. Nondimeno, va apprezzato lo sforzo di nel cambiare tematiche: finalmente Tuomas ha smesso di lamentarsi dell'innocenza perduta con la mano del poeta guardando porno a tema Disney! Peccato solo che continui a ripetere lo stesso alcune frasi fatte ("meadows of heaven" in primis) e che continui a polemizzare con le vecchie cantanti ("Yours Is An Empty Hope" è contro Anette). E peccato anche che i testi spesso non seguano logiche metriche e si inseriscano in modo forzatissimo nelle linee vocali.
Passando ora alla spinosa questione delle cantanti, va sottolineato che anche se Tuomas avesse avuto a disposizione un ibrido tra Maria Callas e Beyoncé, sarebbe rimasto incartato nei propri cliché. Certo, il doversi adattare a una nuova cantante lo costringe per lo meno a cambiare le linee vocali, ma in Endless Forms Most Beautiful ha fatto cantare a Floor melodie più adatte ad Anette, a parte per qualche urlo qua e là. Inoltre siamo ben distanti dall'espressività che l'ex cantante aveva dimostrato in "Scaretale" e in altri brani dell'altrimenti mediocre Imaginaerum.
Tirando le somme, Endless Forms Most Beautiful è un album banale e fin troppo autocitazionista. Ma la qualità media rimane bassa al di là dei paragoni, giacché i riff e le melodie sono per lo più prevedibili, dimenticabili e privi di mordente. Se in Imaginaerum le melodie efficaci riuscivano a salvare il salvabile, in Endless Forms Most Beautiful non è accaduto lo stesso. Come se non bastasse, i rari passaggi emozionanti sono affogati nei deliri di onnipotenza del più grande ego finlandese. 
Il successo commerciale arriverà comunque, data la fama dei Nightwish e la rendita su cui vivono, ma è palese che ormai non sono più tra le band di punta del symphonic metal. E no, la colpa non è dell'allontanamento di Tarja. A questo punto, l'unica vaghissima possibilità di salvezza della band passa per un vero gioco di squadra, se non addirittura per l'esclusione di Tuomas (e del suo "yes-man" Hietala) dal processo compositivo. 
- Classifica delle tracce:
  1. "Edeam Ruh" 
  2. "Weak Fantasy" 
  3. "The Greatest Show On Earth" 
  4. "The Eyes Of Sharbat Gula" 
  5. "Our Decades In The Sun" 
  6. "My Walden"
  7. "Élan"
  8. "Endless Forms Most Beautiful" 
  9. "Shudder Before the Beautiful"
  10. "Yours Is An Empty Hope"
  11. "Apenglow"

giovedì 19 marzo 2015

Holes In Your Coffin

Stavo guardando "L'Aria Che Tira" su La7 e, durante un servizio sulle distruzioni di opere d'arte da parte dell'ISIS, mi sono sentito fisicamente male e stavo per mettermi a piangere.
Io non ho una grande fiducia nel genere umano, ma i prodotti culturali posteriormente chiamarti Arte siano forse l'unica vera cosa positiva fatta dalla nostra specie. 
L'uomo realizza la sua forza creatrice tramite le varie forme dell'arte (musica, letteratura, scultura, pittura, architettura...). Grazie a ciò, l'uomo diventa una piccola divinità, quindi distruggere opere d'arte è un atto blasfemo. E non parlo di blasfemia contro un dio astratto e inesistente, ma contro una delle pochissime qualità reali del genere umano. 
Stiamo distruggendo il nostro pianeta, ci uccidiamo tra di noi, calpestiamo diritti e libertà inalienabili, crediamo a superstizioni religiose demenziali, ma possiamo creare cose meravigliose e abbiamo il dovere di conservarle. L'arte è il nostro testamento, è l'unica cosa che permetterà all'universo di ricordarsi di noi e quindi di dar senso alla nostra esistenza e avvicinarci all'immortalità.
Come se non bastasse, lo Stato Islamico sta distruggendo dei beni archeologici, sicché c'è in ballo anche la nostra memoria. A questo punto cito Eleonora Pescarolo, scrittrice e studentessa di archeologia: "se venisse confermata, ritengo che peggio della distruzione di opere d'arte ci sia solo la distruzione totale dei siti archeologici di Nimrud e Dur Sharrukin. Distruggere con ruspe e altro significa mettere il sito in condizione di non essere più indagato e probabilmente nemmeno ricostruito. Tutto quello che potevamo ricavare in più, magari con nuovi metodi scientifici, è andato definitivamente a quel paese. Non solo hanno annientato (o cercato di annientare) opere d'arte, ma hanno distrutto letteralmente la storia impedendoci di conoscerla. E impedire di conoscere qualcosa è cancellarla per sempre".

So bene che l'ISIS compie certi atti per pura propaganda, tant'è che molte statue distrutte erano in realtà delle copie in gesso, ma la motivazione è secondaria. Non ci può essere alcuna motivazione sensata dietro certi atti anche solamente simbolici, men che meno se a farli è chi viola sistematicamente i diritti umani. E sappiamo bene cosa sta facendo l'IS contro chiunque ne metta in pericolo l'ideologia, da certi musulmani agli omosessuali, dai kurdi agli atei, dagli appartenenti a religioni diverse a chi chiede democrazia e libertà.
"Noi siamo ogni statua, ogni muro di una città antica distrutto dalla furia umana."
[Associazione Nazionale Archeologi]
Ne approfitto per segnalarvi un bellissimo articolo di Graeme Wood, pubblicato originariamente sul "The Atlantic" e ora tradotto in italiano da Alex Grisafi. Nell'articolo in questione viene spiegato cosa è l'ISIS, cosa vuole e perché la sua lotta si rivolge soprattutto contro lo stesso mondo islamico e solo secondariamente verso l'occidente. 
Lo Stato Islamico non è soltanto un novero di psicopatici. È un gruppo religioso con credenze meditate con cura, tra cui la convinzione di avere un ruolo chiave negli eventi come agenti per l’incombente Apocalisse. 
Vi segnalo anche l'ottimo video documentario di VICE sull'ISIS, con tanto di sottotitoli in italiano. 

Chiudo con un pensiero a Phildel, artista di cui ho già parlato. Questa cantautrice ha vissuto l'infanzia sotto la dittatura domestica del patrigno, un fondamentalista islamico che era arrivato a vietare ogni forma di musica in casa sua. Niente radio, niente cd o cassette, niente strumenti musicali, niente canto, niente di niente. Inoltre Phildel veniva maltrattata costantemente, a tal punto da decidere di fuggire di casa appena diciassettenne. 
L'idiozia delle religioni (tutte le religioni) non può cancellare la forza della creatività umana, quindi voglio intitolare questo articolo come una canzone di Phildel scritta contro il patrigno. 

domenica 8 marzo 2015

Recensione: "Ten Love Songs" di Susanne Sundfør

Dopo aver recensito The Brothel e The Silicone Veil, è giunto il momento di parlare di Ten Love Songs, uno degli album pop migliori di sempre.

Susanne Sundfør – Ten Love Songs
- Voto: 90 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Synth pop, Baroque pop, Dance popArt pop, Electropop
- Influenze: Musica elettronicaMusica orchestrale, Soul, Dream pop, Folk pop
- Analisi:
Dopo aver collaborato con gli M83, i Röyksopp e Kleerup, Susanne ha iniziato a essere conosciuta anche fuori dalla Scandinavia: quale momento migliore per produrre un album più accessibile? Si tratta di un esperimento nuovo per la cantante norvegese: il suo modo di fare pop è sempre stato molto sperimentale e complesso, ben distante da quello apprezzato a livello internazionale.
In un'intervista, Susanne ha dichiarato che scrivere Ten Love Songs è stato molto difficile: laddove prima si limitava a riportare idee sul pentagramma senza alcun freno, adesso ha dovuto razionalizzare il processo compositivo come se stesse facendo un puzzle o svolgendo equazioni matematiche. Ma pur volendo essere più pop, la cantante norvegese non ha voluto rinunciare allo spessore artistico e ha tentato di tenere insieme obiettivi apparentemente opposti. Si tratta di un'impresa quasi suicida, eppure è riuscita con eclettismo ed eleganza.
Quella di Susanne non è solo una sfida personale, ma anche una scelta dettata dal buon senso: usare strutture contorte per una album basato sulle emozioni sarebbe stato controproducente. E a proposito del concept, non fatevi ingannare dal titolo: Ten Love Songs non è il solito album sull'amore, bensì una trattazione personale e non banale sulle sue conseguenze.
Capiamo che aria tira fin da "Darlings", intro in cui la voce di Susanne, pur avendo solo due minuti e mezzo a disposizione, ci fa toccare i cieli più alti e più ci butta già senza pietà. Così facendo ci vengono presentati anche l'approccio alle tematiche dell'album, che non è per nulla positivo, e lo strumento principe, ossia l'organo.
"Accelerate" inizia con delle percussioni che fanno venire voglia di ballare, richiesta soddisfatta con l'elettronica dark e sexy che rimanda ai Depeche Mode e agli Eurythmics. L'atmosfera derivata viene accentuata anche dalle vocals gravi, da un assolo di organo ispirato alla "Toccata e Fuga in Re minore" di Bach e da un climax tra l'orgasmico e il demoniaco. Insomma, la colonna sonora ideale per un porno diretto da Stanley Kubrick o Dario Argento!

La successiva "Fade Away" inizia ricollegandosi al finale di "Accelerate", cosa che ci fa capire come la tracklist sia stata ben studiata. I due brani viaggiano però su polarità opposte: laddove "Accelerate" ha un'atmosfera oscura marcata dall'assolo di organo, "Fade Away" ha un'atmosfera luminosa marcata dall'assolo di tastiera. Inoltre troviamo melodie vocali che trasmettono un'allegria quasi hippie nonostante un tema non proprio positivo, cosa che ci fa capire perché "Fade Away" sia stata scelta come primo singolo.
Cambiamo registro con "Silencer", una ballad folk le cui linee vocali ricercate, sorrette dalla chitarra acustica e dagli archi, rendono benissimo la poesia del testo. Ciliegina sulla torta: il finale dream pop.
Anche "Kamikaze" sembra iniziare come una ballad, stavolta all'organo, ma presto si trasforma in uno dei brani dance più raffinati che abbiate mai ascoltato. Tra beat, spari elettronici simil-trance e melodie vocali ispirate, il brano fa ballare e cantare fino a un colpo di gong. Pensate che sia il finale? Vi sbagliate: a chiudere ci pensa un assolo di clavicembalo dal sapore settecentesco che riprende il tema iniziale.
Ed eccoci arrivati al perno attorno a cui ruota l'album: i dieci minuti di "Memorial". Il brano inizia come un lento sostenuto dall'organo, dalle tastiere e da interventi di chitarra acustica e archi. Le melodie vocali, emozionanti e un po' ottantiane, trovano il loro culmine in un ritornello che fa sublimare il cuore degli ascoltatori. Ma quando la scalata verso le stelle sembra irrefrenabile, il pianoforte e gli archi prendono il sopravvento e trasformano il brano nella colonna sonora di un amore leggendario. L'orchestra da camera genera un saliscendi emotivo dal potere mitopoietico che, al ritorno della voce, farà implodere la vostra anima per poi lasciarla morire lentamente. Dopo aver ascoltato "Memorial", sentirete un senso di vuoto e insieme di pace, come se Susanne avesse strappato via un pezzo di voi. Ma non è una scusa per fermarsi con l'ascolto, perché Ten Love Songs riserva ancora delle sorprese.
Con un crescendo simil-THX, ci avventuriamo in "Delirious", che rilegge in chiave dance anni '80 certe ispirazioni di The Silicone Veil. Le linee vocali sono dirette e potenti, in contrasto con una base spesso dissonante di elettronica e archi, il cui messaggio viene ulteriormente rimarcato da un'orgia di sovraincisioni e controcanti quasi cacofonici. Piccola parentesi: pretendo il remix di Richard X in discoteca.
Ritorniamo su binari più rassicuranti con "Slowly", brano prodotto insieme ai Röyksopp e che propone una versione perfezionata dello "Scandi-synthpop". Non potrete fare altro che cantarne le immediate melodie e ballare abbracciati a qualcuno. In questo stato di trance, la leggera ripetitività del brano non dà alcun fastidio, ma anzi contribuisce a ipnotizzare.
Purtroppo, però, lo stesso effetto non riesce a darlo "Trust Me", il cui arrangiamento all'organo è troppo scarno per riuscire a sostenere il peso della drammaticità vocale. Il risultato è comunque pregevole e ricco di pathos, ma non ha la scorrevolezza di alcune ballad simili ascoltate in The Brothel.
L'album si chiude con un colpo di scena chiamato "Insects". Questo è un tripudio di sperimentazioni elettroniche vicine alla techno e all'industrial, di percussioni tribali e di suadenti vocals lasciate in secondo piano. Ne deriva un'atmosfera carnale e perversa, quasi sadomaso, che non stonerebbe in The Silicone Veil.
Tirando le somme, l'equilibrista 
Susanne Sundfør ha creato un album accessibile e di facile presa, ma anche in grado di stupire con soluzioni ardite e richiami colti. Le strutture dei brani sono diventate più semplici, le melodie sono state accentuate e i testi sono diventati più diretti, ma non sono cambiate né la qualità né la voglia di sperimentare. D'altra parte, se Susanne avesse continuato a fare l'artista tormentata, avrebbe rischiato di ripetersi. Per non impantanarsi, ha quindi preferito rinfrescare il proprio sound, portarlo su nuovi lidi senza per questo rinnegare il passato. Il risultato è Ten Love Songs, un album meno scioccante dei precedenti, ma che si merita di entrare nella storia del pop. Chapeau, Susanne!
- Classifica delle tracce:
  1. "Memorial"
  2. "Accelerate" (quarto singolo)
  3. "Delirious" (secondo singolo)
  4. "Kamikaze" (terzo singolo)
  5. "Insects"
  6. "Silencer"
  7. "Darlings"
  8. "Slowly"
  9. "Fade Away" (primo singolo)
  10. "Trust Me"

venerdì 6 marzo 2015

Recensioni: "The Brothel" e "The Silicone Veil" di Susanne Sundfør

Dopo aver introdotto Susanne Sundfør, passo ora a recensire The Brothel e The Silicone Veil, accennando anche a ciò che la cantante norvegese ha fatto tra i due album e subito dopo. Domenica, invece, pubblicherò la recensione del suo ultimo album, Ten Love Songs.
Data la complessità della proposta di Susanne, penso che i suoi lavori meritino delle analisi track-by-track. Iniziamo!


The Brothel by Susanne SundforSusanne Sundfør The Brothel
- Voto: 91 su 100
- Anno: 2010
- Genere: Art pop, Dream popBaroque pop, Synth popSmooth Jazz, Electropop
- Influenze: Musica elettronicaMusica sperimentale, Alternative dance, AmbientSoul, Musica sacra
- Analisi:
The Brothel è un album molto sperimentale, ma anche un po' acerbo, forse per via di una produzione non sempre all'altezza. Un'elettronica spesso inquietante si fonde con l'orchestra, senza però rinunciare a qualche passaggio acustico. Le linee vocali alternano melodia e caos apparente, seguendo ritmiche contorte e strutture labirintiche. È difficile definire un album del genere: un ibrido di baroque pop, synth pop, jazz e dream pop? Ed è pop o musica colta? Il confine stavolta è davvero sottile, ma ciò non ha impedito a Susanne di diventare una superstar in terra natia: The Brothel è rimasto trentuno settimane consecutive nella Top40 degli album più venduti in Norvegia, di cui quattro settimane in prima posizione.
L'album si apre con la title-track, una malinconica ballata dream pop che va dritta all'anima. Il testo è pura poesia e sembra narrare la vita rassegnata di una prostituta, ma alcune metafore si riferiscono a una dimensione più simbolica e spirituale. Fanno seguito gli arrangiamenti elettronici spericolati di  "Lilith", che curiosamente si lascia andare a una coda acustica. Proseguiamo attraverso l'atmosfera inquietante e i vocalizzi da sirena di "Black Widow" e arriviamo alla sconvolgente "It's All Gone Tomorrow"Questa si apre con degli archi che lasciano trasparire l'amore di Susanne per la musica colta, ma presto si aggiungono le pulsazioni frenetiche e l'elettronica. Il ritornello è melodico, in contrasto con una base a tratti dissonante e caotica che, dopo essersi concessa delle incursioni dance, si chiude riprendendo gli archi iniziali. L'impressione finale è di un rave party a 8 bit nella Versailles di Luigi XV. 
Dopo "Knight of Noir", un lento ricco di pathos e arricchito dai timpani, arriviamo a un'altra perla. "Turkish Delight", in bilico tra orchestra e suoni sintetici, ci regala non pochi brividi anche grazie a delle linee vocali vicine al jazz. Fa seguito "As I Walked Out One Evening", un brano strumentale che potrebbe essere la colonna sonora di un thriller psicologico."O Master" parte come ballad al piano, ma viene poi terremotata da suoni sintetici, percussioni marziali e vocalizzi ultraterreni. Invece "Lullaby" è una ninna nanna da non far sentire ai bambini; difficile non amarne le melodie tormentate e l'elettronica un po' "röyksoppiana".
Chiude l'album "Father Father", una struggente preghiera dai toni così solenni da sembrare ecclesiastici. Non a caso il testo usa metafore religiose per descrivere stati d'animo "laici", in un'unione tra sacro e profano ben più poetica di quelle tipiche di Madonna.Insomma, la qualità è quasi sempre ad alti livelli e non ci sono filler, anche se tra i brani migliori e quelli peggiori c'è una netta differenza. Va anche detto che il songwriting sperimentale, pur non risultando eccessivo, talvolta rischia di perdersi in voli pindarici fuori controllo. Il vero e unico problema dell'album, però, è la produzione a tratti troppo grezza, che comunque non riesce a scalfire un diamante di tale caratura.
- Classifica delle tracce:
  1. "The Brothel"
  2. "It's All Gone Tomorrow"
  3. "Turkish Delight"
  4. "Lullaby"
  5. "Lilith"
  6. "Father Father"
  7. "Knight of Noir"
  8. "O Master"
  9. "As I Walked Out One Evening"
  10. "Black Widow"

Nel 2011 a Susanne è stato chiesto di comporre della musica in occasione della venticinquesima edizione dell'Oslo Jazz Festival. E così, dopo essersi ubriacata alla sala per concerti parigina Salle Pleyel, ha composto in una sola notte A Night at Salle Pleyel, album strumentale che si destreggia tra elettroacustica, nu jazz, ambient e sperimentazione colta.. Inutile dire che vi consiglio di ascoltarlo
Passato un altro anno, arriva il nuovo album con Susanne al microfono.

The Silicone Veil by Susanne SundforSusanne Sundfør – The Silicone Veil
- Voto: 93 su 100
- Anno: 2012
- Genere: Art popDream popElectropop, Baroque pop, Synth pop, Psychedelic pop
- Influenze: Musica elettronica, Musica orchestrale, Jazz, Musica sperimentale
- Analisi:
The Silicone Veil riprende il discorso lasciato con The Brothel, ma lo valorizza con una produzione cristallina e con un forte accento sull'elettronica. Anche in questo caso, il successo commerciale nella terra natia non è tardato ad arrivare: l'album è rimasto per quarantasei settimane nella Top40 degli album più venduti in Norvegia, toccando più volte la prima posizione.
The Silicone Veil si apre con "Diamonds", che prima cattura con una parte a cappella e poi esplode in un'orgia "björkiana" di suoni elettronici e percussioni. Dopo un climax di sovraincisioni vocali, la chiusura del brano viene affidata all'arpa. 
Un metronomo ci introduce al primo singolo estratto dall'album, "White Foxes". Si tratta di un brano che, tra qualche nota al pianoforte e un'elettronica usata in modo molto intelligente, non può che stupire l'ascoltatore. Anche perché, nonostante la una struttura semplice, il brano non rinuncia a un testo poetico e non facilissimo da interpretare. Inoltre le linee vocali, seppur ricche di agilità e arzigogoli spericolati, sono molto melodiche ed entrano facilmente in testa. Infine, una menzione particolare va al video: alienante come pochi.
Un'introduzione ansiogena e dissonante ci immerge nell'atmosfera di "Rome". Un po' sognante e po' da incubo, questa canzone è un arazzo di emozioni contrastanti tessuto dalla voce di Susanne, dai sintetizzatori e dagli studiatissimi interventi degli archi. 
Dopo essere riemersi dalle ceneri di Roma, ci rilassiamo con "Can You Feel the Thunder", che dietro la leggiadria di una piuma nasconde il bacio della morte. Segue l'interludio orchestrale "Meditation In An Emergency", che ci porta al terzo singolo estratto, "Among Us". Come da copione, il videoclip è molto "malato", come d'altronde lo è anche il brano, tra synth psichedelici, un perverso giro di basso e ritmiche quasi funk. Le insistenti sovraincisioni vocali possono risultare fastidiose, ma sono funzionali a una narrazione corale ispirata al carisma di serial killer e capi di sette.
Un'arpa schiude il secondo singolo estratto, "The Silicone Veil", che con l'arrivo della voce si trasforma in un viscido lamento, una droga che scorre lenta nelle vene ed esplode in vocalizzi antigravitazionali. Il "sense of wonder" è ad alti livelli, sostenuto da un sapiente uso delle dissonanze, dell'elettronica e degli archi. Inoltre, come per "White Foxes", a una struttura semplice corrisponde un testo molto poetico e criptico, probabilmente a tematica genderqueer. E come gli altri singoli, anche "The Silicone Veil" dispone di un videoclip disturbante. 
Sorvolando su "When", brano carino che però non riesce a brillare, passiamo a  "Stop (Don't Push the Button)". Dopo un'introduzione orchestrale, questo brano ci travolge con suoni tra l'alieno e il subacqueo e poi con sferzate elettroniche. A questo punto le redini vengono prese dalle melodie orientaleggianti tempestate di controcanti che, inquieti, si adagiano su un tappeto sintetico arricchito dal clavicembalo. Chiude la tracklist "Your Prelude", in cui una muraglia elettronica dall'effetto quasi allucinogeno lascia insinuare un assolo al pianoforte.
Tirando le somme, The Silicone Veil dimostra la maturità artistica raggiunta da Susanne Sundfør snocciolando brani di altissimo livello. 
- Classifica delle tracce:
  1. "Rome"
  2. "The Silicone Veil"
  3. "White Foxes"
  4. "Stop (Don't Push the Button)"
  5. "Diamonds"
  6. "Among Us"
  7. "Your Prelude"
  8. "Meditation In An Emergency"
  9. "Can You Feel The Thunder"
  10. "When"

Il successo di The Silicone Veil ha permesso a Susanne di collaborare con gli M83 nella meravigliosa "Oblivion", colonna sonora dell'omonimo film con Tom Cruise, e poi in due brani dell'album The Inevitable End dei Röyksopp (l'emozionante "Running to the Sea" e la futuristica "Save Me") e in "Let Me In" di Kleerup.
Gli M83 e i Röyksopp hanno poi ricambiato il favore collaborando in due brani dell'ultimo album di Susanne, Ten Love Songs, che recensirò domenica. Stay tuned!

mercoledì 4 marzo 2015

Susanne Sundfør, l'anima musicale del nord

È il 19 marzo 1986 e nessuno poteva immaginare che a Haugesund, città nel sudovest della Norvegia, stesse nascendo una futura stella della musica. Susanne Sundfør cresce così in un paese in un paese dalla grande cultura musicale e dalla grande apertura mentale, un paese che conosce bene la musica classica così come il metal (black e gothic in primis) e il pop da classifica.

A dodici anni, Susanne inizia ad interessarsi di canto e musica. Col tempo svilupperà una voce chiara, estesa, acuta e agilissima, capace di virtuosismi spericolati così come di un'espressività notevole. Alcuni potrebbero trovare fastidioso il suo timbro così "siderale", ma altri potrebbero amarlo. Va anche detto che Susanne scrive i propri testi, arrangia, orchestra, produce e suona vari strumenti (pianoforte in primis).

Caratterialmente, ad alcuni può sembrare arrogante, ma in realtà è solo molto sincera e preferisce dire ciò che pensa anziché leccare i piedi o idolatrare le "divinità moderne". Ad esempio, non ha mai fatto mistero di offendersi quando viene paragonata a Kate Bush in quanto la trova molto sopravvalutata. Altri artisti a cui viene talvolta paragonata sono Björk, Lana del Rey, Carly Simon, Tori Amos, Ane Brun, gli M83, i Cocteau Twins, i Röyksopp, i Delerium, Kim Wilde, Aphex Twin, Madonna, Sia, Florence & The Machine e i The Knife. In verità, però, la musica di Susanne è molto originale e personale, per cui quasi tutti i paragoni risultano forzatissimi.
Sul palco, Susanne è timida e introversa, molto influenzata dal concetto di Janteloven.

Susanne Sundfør pubblica il suo album d'esordio eponimo nel 2007, proponendo un folk pop acustico. Viene subito notata dalla EMI che la mette sotto contratto e la affianca a Lars Horntveth dei Jaga Jazzist.
Nel 2008 esce Take One, versione live di Susanne Sundfør, ma la svolta arriverà due anni dopo grazie a un personalissimo mix di musica elettronica, orchestra e pop dalle atmosfere oniriche e dai tocchi jazz.

Se questa introduzione vi ha incuriosito, vi avverto che venerdì pubblicherò la doppia recensione di The Brothel (2010) e The Silicone Veil (2012), senza dimenticare ciò che sta in mezzo e subito dopo. Domenica, invece, pubblicherò la recensione di Ten Love Songs, album uscito lo scorso mese. Stay tuned!

lunedì 2 marzo 2015

Pagelle Musicali: 2014 (seconda parte) - Paradiso

Con tre mesi di ritardo, ma alla fine ce l'ho fatta. Ero con l'acqua alla gola per l'università, sorry.
  • Amaranthe – Massive Addictive
    - Voto: 84 su 100
    - Genere: Pop metal, ElectronicoreIndustrial metal, Dance metal
    - Influenze: Power metal, Electronic Dance Music, Metalcore, Pop, Hip hop
    Commento: Dopo l'album d'esordio eponimo, gli Amaranthe sembravano aver perso l'ispirazione: The Nexus non solo si limitava a ripetere le formule di Amaranthe, ma lo faceva in modo scialbo, privo di mordente e di melodie interessanti. L'unione di energia metal e melodia pop è già diventata obsoleta? La risposta è arrivata con Massive Addictive ed è un secco no.
    Di base la formula è sempre quella, non c'è stata alcuna rivoluzione. Però si sente un'evoluzione verso una strada ben precisa, ossia quella dell'estremizzazione delle componenti pop e dance a scapito di quelle metal. Molti puristi hanno storto il naso solo all'idea, ma è chiaro che non sono loro il pubblico degli Amaranthe.
    La band svedese, de facto gli "ABBA del metal", ha ritrovato l'ispirazione per le linee vocali, che riescono a essere spacca-cervello persino più di quelle del primo album. A sorreggerle ci pensano una spiccata componente elettronica e dei ritmi sincopati e molto ballabili. E il metal? C'è ancora, ma in quantità minore e usato in modo più intelligente e funzionale alle canzoni. Anziché voler essere metal a tutti i costi e insieme pop a tutti i costi, gli Amaranthe hanno capito che gli elementi vanno bilanciati tra di loro. Ci sono delle eccezioni: "An Ordinary Abnormality" da un lato spicca per aggressività, ma dall'altro sembra "né carne né pesce". All'esatto opposto troviamo "Trinity", una mid-tempo dalle melodie coinvolgenti, ma un po' priva di mordente.
    Per quanto riguarda il resto dell'album, abbiamo brani molto catchy resi più interessanti dalle componenti metal ("Drop Dead Cynical"  e "Digital World" su tutte) e dall'altro brani metal resi più accattivanti dall'attenzione alla melodia ("Skyline" e "Dynamite" su tutte). C'è anche spazio per due ballad ("True" e "Over and Done") e per due novità (le strofe di "Danger Zone" sono rappate in growl, "Exhale" ha ottime melodie inserite in un contesto più "classico").
    A margine, però, mi tocca segnalare due difetti: le strutture eccessivamente semplificate rischiano di risultare prevedibili e le voci sono fastidiosamente iper-prodotte.
    - Canzoni migliori: "Digital World", "Drop Dead Cynical", "True" ed "Exhale".
  • Aphex Twin – Syro
    - Voto: 78 su 100
    - Genere: Musica elettronica, Intelligent Dance Music
    - Commento: Come da copione, la genialità
     è innegabile, ma stavolta si ha una fastidiosa sensazione di già sentito. Syro è un buon album, ma non aggiunge nulla a quanto mostrato fino ad ora da James. 
  • At The Gates – At War With Reality
    - Voto: 68 su 100
    - Genere: Melodic death metal
  • Banks – Goddess
    - Voto: 74 su 100
    - Genere: Alternative pop, R'n'B, Synth popTrip hop
    - Influenze: Musica elettronica, Pop acustico
  • Beyond Creation – Earthborn Evolution
    - Voto: 75 su 100
    - Genere: Progressive death metal, Technical death metal
  • Brooke Fraser – Brutal Romantic 
    - Voto: 77 su 100
    - Genere: Alternative pop, Synth pop
  • Evergrey – Hymns for the Broken
    - Voto: 80 su 100
    - Genere: Progressive metal
    - Influenze: Gothic metal, Thrash metal, Musica elettronica (tracce)
  • HDK – Serenades of the Netherworld
    - Voto: 83 su 100
    - Genere: Progressive metal, Thrash metal, Melodic death metal
    - Influenze: Symphonic metal, Musica elettronica (tracce)
    - Commento: Gli HDK (Hate, Death, Kill) nacquero nel 2005 dalla mente di Sander Gommans, chitarrista e growler degli After Forever. Il primo album, System Overload, vide la luce nel 2009, dopo un periodo molto turbolento per Sander: superati vari problemi di salute, lo scioglimento della sua band storica e un esaurimento mentale, il chitarrista olandese volle riversare in musica il suo dolore. Il risultato fu un ibrido tra death, thrash e prog forse troppo caotico e disordinato.
    Passano gli anni e Sander non solo trova la serenità, ma anche l'amore: nel 2014 si è sposato con Amanda Somerville, che ora è in dolce attesa. Poteva l'unione con la cantante statunitense non dare frutti musicali? Ed è così che è stato ripreso il progetto HDK, stavolta in modo più studiato. L'obiettivo è quello di riprendere in mano l'eredità degli After Forever e quindi, pur rimanendo forte l'impronta death/thrash, il growl viene ridotto per quantità, si dà più spazio alle voci pulite, le parti prog si fanno più ragionate, spuntano influenze symphonic più o meno marcate e perfino qualche tocco elettronico.
    Serenades of the Netherworld si destreggia tra canzoni violente e altre tranquille, riuscendo a essere vario senza perdere il filo conduttore e, soprattutto, mantenendo sempre alta la qualità. C'è però un grosso difetto: Geert Kroes ha una voce brutta e cliché. E la cosa grave è che toglie spazio alla splendida Amanda, qui autrice di una prova maiuscola, forse la migliore della sua carriera. Sander, perché hai relegato Amanda in un angolino facendola cantare meno di Geert?
    Infine, va detto che se da un lato che è vero che la qualità si mantiene alta, dall'altro è innegabile l'assenza di capolavori.
    - Canzoni migliori: "Omega", "Serenade of the Netherword", "Mortal Zombie", "Let Life Be Done" "Eternal Journey"
  • iamamiwhoami – Blue
    - Voto: 80 su 100
    - Genere: Musica elettronica, Synth pop, Dream pop, Ambient
    - Influenze: Dance
  • Ne Obliviscaris – Citadel
    - Voto: 92 su 100
    - Genere: Progressive death metal, Progressive metal
    - Influenze: Avantgarde metal, Black metal, Jazz fusion, DjentFlamenco
  • Röyksopp  The Inevitable End
    - Voto: 78 su 100
    - Genere: Musica elettronica, Dance, ElectropopDowntempo 
    - Influenze: Ambient, Synth pop
    - Canzoni migliori: "Running to the Sea", "Save Me" "I Had This Thing".
  • While Heaven Wept  Suspended at Aphelion
    - Voto: 85 su 100
    - Genere: Progressive metal, Power metal
    - Influenze: Symphonic metal