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mercoledì 26 agosto 2015

Gorgia #Sophia

Gorgia (Leontini, V sec.) è noto come uno dei sofisti più provocatori e controversi. I suoi testi più importanti sono "Sul Non Essere o Sulla Natura" e l'"Encomio di Elena".

Il nostro viaggio nel pensiero gorgiano inizierà con le critiche all'eleatismo e con le tesi gnoseologiche e comunicative espresse in "Sul Non Essere o Sulla Natura". Il filo rosso del Logos porterà all'"Encomio di Elena" e all'estetica gorgiana. Poi passerò alle questioni inerenti il Nomos e l'Areté, con particolare riguardo per l'opposizione Nomos/Kairos e per il falso tradizionalismo morale. Infine, darò un piccolo spazio a Seniade e Licofrone, sofisti che hanno trattato tesi simili a quelle gorgiane.

Le tre tesi di "Sul Non essere o Sulla Natura"

“Sul Non Essere o sulla Natura” già dal titolo risulta polemico nei confronti della Scuola Eleatica (“Sull'Essere o sulla Natura” è un testo di Melisso). Identificare la Natura, ossia la realtà, col Non-Essere vuol dire negare l'esistenza delle cose, o meglio ancora affermare l'esistenza del Nulla. Ma Gorgia non si ferma a questo e vuole dimostrare le celebri tre tesi: 1) Nulla è; 2) Se anche fosse, non sarebbe conoscibile; 3) Se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile.

La prima tesi di Gorgia si basa su tre argomentazioni:
  1. Riduzione all'assurdo del principio parmenideo per cui solo l'Essere può venir pensato. Il divieto di pensare il Non-Essere implica che sia necessario distinguerlo dall'Essere e quindi dirlo e pensarlo, sia pure per escluderlo. Svanisce così il senso della distinzione tra Essere e Non-Essere.
  2. Uso ambiguo del verbo essere da parte di Parmenide.
    Se il Non-Essere non è, vuol dire che il Non-Essere è il Non-Essere, quindi è qualcosa. A questo punto si può supporre che Essere e Non-Essere siano equiparabili: l'Essere è il Non-Essere. Se invece supponiamo siano due opposti, l'Essere dovrà avere caratteristiche opposte al Non-Essere: poiché quest'ultimo è, allora l'Essere non è. Indipendentemente dalla strada che si decide di percorrere, si arriva sempre alla conclusione che Nulla è.
    Notare che il ragionamento gorgiano potrebbe anche portare a dimostrare anche che Tutto È, ma questa tesi non sarebbe meno insopportabile per gli eleatici: Parmenide stesso aveva affermato che equiparare Essere e Non-Essere riduce entrambi all'inesistenza.
    Gorgia, in realtà, non ha fatto altro che sfruttare una falla nel ragionamento parmenideo, che utilizza il verbo essere sia per indicare l'esistenza sia per indicare il significato predicativo. Se l'Essere è, deve avere necessariamente determinate qualità; ma se il Non-Essere è il Non-Essere, vuol dire che deve avere necessariamente le qualità del Non-Essere e quindi deve predicarsi in qualcosa.
  3. Dimostrazione dialettica riguardo all'origine dell'Essere.
    Gorgia prende per buone le argomentazioni degli eleatici per cui l'Essere è ingenerato in quanto non potrebbe originarsi né da ciò è (modificandosi non sarebbe più ciò che è) né da ciò che non è (dal Non-Essere non nasce nulla). Melisso, partendo da ciò, affermava che l'Essere fosse infinito: generare vuol dire dar forma, quindi ciò che è ingenerato deve essere informe, non deve avere confini. Zenone, però, affermava che l'Essere fosse finito, perché se fosse infinito non starebbe (stare vuol dire essere delimitati) da nessuna parte e dunque non sarebbe. Ma se l'Essere non è generato (come vorrebbero alcuni presocratici) né ingenerato (come vorrebbe la scuola di Elea), allora semplicemente non è. Quindi Nulla è.
    Va però detto che Melisso identificava l'Essere con la Natura anche in senso fisico, mentre Zenone lo identificava solo come ente logico.

A questo punto, però, Gorgia arriva a supporre che l'Essere possa esistere, ma che sicuramente non è pensabile. Purtroppo non ci sono arrivate ricostruzioni certe di questa parte dell'opera gorgiana, ma possiamo supporre che il sofista abbia sfruttato l'identificazione parmenidea tra Essere e Pensiero: se si può pensare solo ciò È, allora ogni pensiero deve essere reale. Ma pensare un unicorno non lo rende certo reale! Per distinguere il Vero dal Falso è quindi necessario pensare il Non-Essere, ma ciò per Parmenide non è possibile. Questo paradosso crea una discordanza tra Essere e Pensiero che lascia l'uomo nell'incertezza.
La questione si complica introducendo le sensazioni, che fanno parte del pensiero (vedere qualcosa vuol dire che quella cosa è nella propria mente). Ma se il pensiero è così slegato dalla realtà, anche le percezioni non sono certe. Ciò vuol dire che non possiamo essere certi di conoscere la realtà, ossia l'Essere.

Ma Gorgia si spinge oltre e arriva a supporre che l'Essere possa esistere e e venir conosciuto, ma di certo non può essere comunicabile. Per Gorgia, infatti, vi è una netta distinzione tra il Logos e la realtà: così come l'orecchio non sente i suoni, la mente non ragiona con le sensazioni pure, ma le traduce usando parole. Si tratta, però, di traduzioni che non sempre sono fedeli alla realtà e di cui quindi non si può essere certi. Come se non bastasse, non si può essere certi che il significante abbia lo stesso significato per tutti e che quindi il destinatario recepisca con precisione ciò che vuole esprimere il mittente. In altre parole, non si può essere certi che una determinata parola sia in grado di suscitare rappresentazioni uguali per tutti.

Ipotesi interpretative di "Sul Non Essere o Sulla Natura"

Le tesi gorgiane hanno provocato un grande dibattito sul loro significato, dividendo in un primo momento la critica tra chi vedeva “Sul Non Essere o sulla Natura” come un puro divertissement e chi lo vedeva come un primo esempio di nichilismo. Entrambe le tesi, però, sono insoddisfacenti.
La prima interpretazione nota a ragione la giocosità e la voglia di stupire di Gorgia, ma liquida con troppa superficialità riflessioni filosofiche profonde. L'interpretazione nichilistica, invece, si limita alla prima delle due tesi gorgiane, dimenticando che lui considerava come più importante quella sull'incomunicabilità. Inoltre Gorgia non affermava tanto l'inesistenza del reale, quanto l'inconsistenza delle tesi metafisiche dei presocratici e degli eleati in particolare.
Sono nate in seguito altre due interpretazioni: quella "soggettivista" o "tragica", sostenuta da Hegel, e quella "empiristica".
L'interpretazione hegeliana sottolinea l'incolmabile frattura tra linguaggio e realtà, che diventa tragica nella consapevolezza che possiamo conoscere e comunicare solo attraverso strumenti fallaci. Ogni uomo è quindi rinchiuso nella prigione della propria incomunicabilità con gli altri, senza tra l'altro nessuna relazione logica (da Logos) con la realtà.
L'interpretazione “empiristica”, invece, pone l'attenzione sulla critica alle tesi metafisiche di certi filosofi, vedendo Gorgia come un difensore della razionalità umana e del modo comune di vivere il mondo, che non necessita di verità astratte. 

Le ultime due interpretazioni esposte danno spessore al pensiero di Gorgia, ma siamo sicuri fosse davvero il suo pensiero?
“Sul Non Essere o Sulla Natura” si configura più come un'opera dialettica (di confutazione), che come come una difesa delle proprie tesi. È quindi probabile che Gorgia volesse solo far capire le conseguenze assurde del pensiero dei suoi avversari, senza per questo sostituirle con altre teorie.  
Gorgia ha inoltre fatto capire che la realtà non è qualcosa di indipendente da noi e la conoscenza non si risolve nell'apprendere strutture astratte. Ha anche sottolineato l'importanza del linguaggio, liberandolo da ogni implicazione ontologica e metafisica: il Logos non è uno strumento neutrale per descrivere la realtà, ma bensì può essere un modo per plasmarla e costruire consenso. 

Il potere del linguaggio, l'inganno e l'estetica gorgiana
La parola è un gran dominatore che con piccolissimo corpo divinissime cose sa compiere; riesce infatti a calmar la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia, ad aumentare la pietà.
Gorgia da Leontini
Considerando la terza tesi di "Sul Non Essere o Sulla Natura", non bisogna stupirsi della potenza attribuita da Gorgia al Logos. A tal proposito, è interessante l'”Encomio di Elena.
Tra le motivazioni addotte per giustificare le azioni di Elena, Gorgia annovera la persuasività dei discorsi di Paride. La parola può infatti plasmare le emozioni, le reazioni e perfino la realtà percepita

Il potere del linguaggio introduce la nozione di inganno, e anche in questo la distanza con gli eleatici è abissale. Parmenide affermava che l'inganno della realtà apparente (Doxa) fosse negativo perché non comparabile con la vera realtà, ma Gorgia fa una riflessione diversa. Per lui è vero che il Logos non può rappresentare fedelmente la realtà, ma è altresì vero che questa è l'immutabile condizione umana a cui bisogna rassegnarsi e l'imprescindibile punto di partenza per approcciarsi al mondo

Da queste riflessioni, Gorgia trae il suo pensiero estetico: l'arte non può e non deve rappresentare fedelmente la realtà, ma deve plasmare realtà ingannevoli volte a conquistare l'anima e suscitare emozioni. Ciò ci permette di conoscerci meglio, di dar senso alle cose e di costruire un rapporto producente con la realtà. L'obiettivo dell'arte non è quindi il conoscere la Verità, ma bensì l'arricchire il nostro universo, potenziando la nostra conoscenza e la nostra capacità di spiegare il mondo. In tal senso, se da un lato si esalta la poesia, dall'altro la si subordina al genere più ampio della retorica.
Queste tesi gorgiane verranno poi riprese nella "Poetica" di Aristotele e sono tra le radici della Narrativa così come descritta a metà Novecento dagli studiosi della Scuola Neoaristotelica di Chicago. Per Wayne C. Booth, infatti, la Narrativa è "arte retorica della dissimulazione", basata su Immersione, Immedesimazione Empatica e Catarsi. Ciò porta a ovvie e consequenziali scelte sia nello stile di scrittura sia nella sceneggiatura e nella struttura dell'opera. E queste scelte avranno a loro volta altre conseguenze logiche, ma penso sia meglio trattare questi temi all'interno di articoli dedicati.

Il falso tradizionalismo di Gorgia:
l'opposizione Nomos/Kairos e il potere della forza 


A differenza di Protagora, Gorgia non si interessò di politica in senso critico. Però, come ben notò Platone, si occupò di retorica e quindi indirettamente anche di politica.
Gorgia, infatti, affermava che non è importante mettere in discussione un sistema di valori, bensì sapersi affermare entro quel sistema. In un certo senso, quindi, voleva far prevalere le ragioni del singolo su quelle della comunità, in contrasto con le tesi protagoree. Ciò vuole dire che, seppure Gorgia non abbia mai preso posizioni apertamente contro la società, in linea teorica si può inserire tra i detrattori del Nomos.

Da questo punto di vista, è interessante un frammento dell'epitaffio scritto per commemorare i caduti ateniesi che Gorgia ha incentrato su contrasti tra qualità e difetti. Vengono inserite tra le qualità dei caduti valori tradizionali come l'onorare i genitori e gli dei, ma curiosamente la giustizia e la legge vengono considerate negative. Gorgia, infatti, mette in contrapposizione la flessibilità dell'intelligenza umana con la rigidità delle leggi: lodevoli sono non coloro che seguono il Nomos, bensì coloro che seguono la “legge più divina”. Quest'ultima altro non è che il Kairos, il tempismo, ossia il saper prendere le scelte giuste al momento giusto. Alla legge, che con rigidità e arroganza vuole modellare la realtà, Gorgia sostituisce l'intelligenza, che riesce a prendere le scelte più utili per il contesto.

Un altro esempio di idee scomode travestite da tradizionali si trova nell'”Encomio di Elena”. Qui Gorgia, tra le motivazione addotte per giustificare il personaggio omerico, inserisce la forza. Infatti, se Elena ha seguito Paride per volere della dea Afrodite, va scagionata in quanto più debole. Viene così giustificata la legge del più forte, da facto già operante nel mondo degli uomini. Una versione estremizzata di questa tesi verrà messa in bocca a Callicle da Platone, mentre una versione più raffinata verrà espressa da Trasimaco.

Dopo Gorgia: Seniade e Licofrone

Seniade aveva teorizzato che nulla è, similmente a Gorgia. La sua tesi è però superficiale in quanto afferma che tutto è falso, ma se è così allora è falsa anche l'idea di Seniade. Diversamente da Protagora, non seppe difendersi dall'accusa.

Licofrone viene affiancato a Gorgia e Alcidamante in un passo della “Fisica” di Aristotele. Secondo dei commentatori successivi, si sarebbe occupato di risolvere il problema del doppio significato del verbo essere, proponendo di abolire il significato predicativo, che viene così sostituito da altri verbi. La discussione sulla Physis conduce a quella sul Logos, rivalutando ancora una volta l'esperienza umana: la conoscenza avviene tramite l'esperienza concreta e non si riduce all'affermazione astratta dell'Essere. 

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