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mercoledì 29 luglio 2015

Trasimaco #Sophia

Trasimaco (Calcedone, V sec.) fu uno dei "sofisti politici" più famosi, anche in virtù della sua forte opposizione al Nomos, seconda solo a quella di Antifonte.

Delle sue tesi abbiamo varie fonti, ma la principale è il primo libro della “Repubblica” di Platone, dove in un primo momento Trasimaco definisce la giustizia come “l'utile del più forte” e poi come “il bene altrui”. Per conciliare due idee così antitetiche, l'unica via è quella di scinderle: la prima idea è politica e quindi pubblica, la seconda è etica e quindi privata. Si tratta, però, di una soluzione piuttosto forzata in quanto il primo a separare etica e politica fu Aristotele. Ciò vuol dire che Trasimaco fosse incoerente? Non necessariamente: sappiamo quanto Platone tendesse a manipolare le idee dei propri avversari, quindi la "Repubblica" va affiancata ad altre fonti.

Nelle idee politiche di Trasimaco si nota una superficiale somiglianza con quelle di Callicle. Tra i due, però, vi sono tre importanti differenze:
  1. Trasimaco, parlando dell'”utile del più forte”, si riferisce al potere costituito. Ciò vuol dire che “forza” è declinata nel senso di “potere”, limitandosi quindi all'aspetto descrittivo: Trasimaco registra il dato di fatto per cui chi è al potere tenderà a stabilire delle regole per avvantaggiarsi;
  2. Trasimaco non distingue arbitrariamente tra governi buoni e governi cattivi, ma semplicemente descrive una metodologia comune a tutti i rapporti che regolano la vita umana;
  3. Trasimaco e Callicle hanno concezioni diverse della Physis. Mentre per Callicle esiste una “giustizia naturale”, per Trasimaco la giustizia è solo un prodotto culturale umano. 

È quindi chiaro che l'obiettivo polemico di Trasimaco è soprattutto Protagora
Il realismo politico di Trasimaco parte dello stesso positivismo protagoreo, però ne critica una lacuna: è vero che senza legge non vi è giustizia, ma è altresì verro che è il potere a regolare i rapporti di forza. Per Trasimaco, l'idea di una comunità armonica è coesa che insieme stabilisce l'utile per tutti è un'illusione: la società non è altro che parti in lotta per il potere. 
Tanto per Protagora quanto per Trasimaco l'utile è ciò che determina le decisioni politiche, ma cambia chi ne trae vantaggio. Laddove Protagora parla dell'utile per la comunità intera, Trasimaco rileva che a legiferare sia chi di volta in volta ottiene il potere. Se ne deduce che il Nomos produce sì giustizia in virtù dell'utile, ma solo per chi governa. La giustizia diventa quindi un'ideologia volta a falsare la realtà e travestire gli interessi privati di chi sta al potere per interessi pubblici.
Se al pensiero di Trasimaco accostiamo quello di Antifonte, le tesi di Protagora risultano completamente demolite: gli interessi dei singoli e gli interessi dei gruppi sono troppo contrastanti per riuscire a generare compromessi vantaggiosi. Ne consegue che il bene comune non esiste

Una conseguenza concreta del pensiero trasimacheo è il negare che esistano forme di governo migliori di altre: democrazia, monarchia e oligarchia sono equiparabili in quanto tutte esprimono l'utile del più forte. A ben guardare, però, questa tesi nega il fondamento della democrazia, che si erge a unica forma di governo in grado di garantire l'utile per tutti. 

Trasimaco si occupò anche di teodicea, ossia del rapporto tra la giustizia divina e l'esistenza del male. In una sua citazione presente nella “Repubblica”, Trasimaco afferma che gli dei non si curano delle cose umane. 

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