Dolendo novit mortalis vitam


Dolendo discit mori mortalis

mercoledì 8 luglio 2015

Antifonte #Sophia

Su Antifonte non abbiamo notizie certe e c'è stato un lungo dibattito riguardo alla sua identità. 
Tucidide lo identifica col retore che promosse il colpo di Stato del 411 a. C. che portò ai quattro mesi della Boulé dei Quattrocento. Dopo aver cercato di consegnare Atene agli spartani, i quattrocento furono abbattuti da Teramene, ma Antifonte rimase volontariamente in città per sottoporsi alla legge. Nonostante una difesa lodata da Tucidide, fu condannato a morte.
Va detto che in molti dubitano dell'identificazione tra il filosofo e il retore; infatti esistono importanti differenze sia nello stile di scrittura sia nelle tesi sostenute. In particolare, è difficile immaginare un oligarca affermare che tutti gli uomini siano uguali e che i greci siano ipocriti quando affermano di essere superiori ai barbari.

Vi è stato un lungo dibattito anche rispetto alle opere e ai frammenti da attribuire ad Antifonte. Infatti il luogo comune secondo il quale i sofisti si siano occupato solo dell'uomo ha ostacolato l'attribuzione di testi medici, astronomici, geometrici e meteorologici. 

Tra le opere di Antifonte spiccano “Concordia” (trattante tematiche etiche con notevole finezza psicologica), il razionale e simbologico “Sull'Interpretazione dei Sogni” (in contrasto con le tesi dell'epoca), "Arte del Non Soffrire" e tre “Tetralogie” a tema retorico. Ma la sua opera più controversa è sicuramente “Verità”, trattante il tema della Physis attraverso vari punti di vista.

Physis
“Verità” già dal titolo si pone in aperto contrasto con Protagora, specialmente per quanto riguarda le idee politiche. Ma come per Protagora, anche per Antifonte il pensiero politico è diretta conseguenza di quello ontologico.

Aristotele ci narra un esempio della filosofia di Antifonte: se sotterrassimo un letto e la putrefazione potesse far germogliare, il risultato sarebbe del legno, non un letto. Questo perché la forma del letto è una caratteristica accidentale, imposta dall'uomo, ma non è essenziale e non è intrinseca nella natura del legno del letto. Si genera così una forte contrapposizione tra Nomos e Physis, tra le leggi umane e quelle naturali. 
È interessante notare che Antifonte, per indicare la natura, usi il termine “arrythmiston”, ossia “senza forma”. Per il sofista, infatti, la natura è viva e in continua trasformazione, ma segue leggi proprie ed endogenetiche basate su relazioni casuali e insieme necessarie. Antifonte, quindi, riesce a trovare un equilibrio tra le tesi presocratiche, secondo cui la Natura aveva caratteristiche divine, e quelle antropocentriche della sofistica: la Natura è prioritaria, ma non ha una superiorità assiologica. Anzi, per Antifonte la realtà è neutra, indifferente, priva di un senso o di indicazioni che possano orientare moralmente gli uomini. Ciò porta anche a negare ogni possibile disegno intelligente e ogni possibile provvidenza divina: la Natura non ha scopi.

Platone, nel decimo libro delle “Leggi” e quindi in una delle sue ultime opere, ritiene opportuno ritornare su certe teorie filosofiche per denunciarne la presunta pericolosità. L'Ateniese, cercando di descrivere a due suoi amici quali teorie filosofiche circolassero nell'Atene del V secolo, fa riferimento a tre filosofi anonimi, ma perfettamente riconoscibili: Anassagora, Democrito e Antifonte. Ed è proprio quest'ultimo il principale oggetto di critica dell'opera. Per Platone, infatti, la filosofia antifontea ha come conseguenza l'ateismo, che è visto con il male assoluto in quanto portatore di immoralità e violenza. Per Platone, le divinità sono garanti della giustizia, quindi non è tollerabile un'idea della Natura come indifferente e priva di indicazioni morali. In realtà l'interpretazione platonica è forzata e fraintende le idee di Antifonte, che mai ha voluto fare un'apologia della violenza. 

Nomos
Constatando che tutti gli uomini sono biologicamente uguali, Antifonte sostiene che tutti abbiano gli stessi bisogni e desideri, cosa che crea una situazione conflittuale. Ciò, coerentemente con la sua visione della Physis, non è visto come negativo. Piuttosto, è il Nomos in tutte le sue accezioni a essere negativo, perché cerca di controllare ciò che la Natura ha lasciato senza regole, impedendo ai singoli di perseguire il proprio utile. 
A questo punto sorge un'obiezione: data la neutralità della Physis e il carattere conflittuale dell'Uomo, si potrebbe osservare che il Nomos mantiene un valore positivo quando riesce ad arginare la guerra del tutti contro tutti. Perché è vero che le leggi limitano le libertà degli individui, ma il vantaggio è una maggiore sicurezza derivata dal vivere pacificamente in comunità. 
Antifonte risponde a questa obiezione osservando che il Nomos, pur avendo potere coercitivo, non è in grado di prevenire la sua violazione. Ad esempio, la legge vieta di rubare, ma non impedisce che qualcuno rubi lo stesso. Ciò provoca un doppio svantaggio nei confronti di chi rispetta il Nomos: da un lato deve sopprimere la propria natura rinunciando alla libertà di perseguire il proprio utile (es. rubare se si ha fame), dall'altro ottiene in cambio una sicurezza illusoria e incerta. Come se non bastasse, in tribunale si concedono pari diritti all'offeso e all'offensore e l'esito del processo dipende più dalla retorica che dalla verità. Inoltre, Antifonte rileva che testimoniare in un processo equivale ad andare contro il proprio utile, perché il malvivente contro cui si è testimoniato potrebbe vendicarsi. Per Antifonte correre un rischio così grande per difendere un Nomos astratto e collettivo non ha senso, soprattutto se poi si sta facendo un danno a qualcuno che non ci ha fatto direttamente danno, ma semmai lo ha fatto ad altri. 

Il confronto col positivismo di Protagora diventa quindi estremo: nella teoria si può dire che la giustizia e la legge corrispondono e che la giustizia è l'utile della comunità, ma ciò non sarà applicabile nella pratica. Antifonte quindi scinde il Nomos dalla giustizia: quando il violare la legge è più utile del rispettarla, allora va violata o, più pragmaticamente, va rispettata in pubblico e violata in privato. Con ciò Antifonte non vuole spingere al crimine né vuole creare un'idea alternativa di giustizia, bensì vuole solamente spingere alle estreme conseguenze il positivismo giuridico per mostrarne le lacune. Si tratta quindi di una provocazione teorica. 

Antifonte ha così demolito la democrazia partendo dal concetto di Utile e ragionato sui singoli individui, che sono l'elemento portante della società. Alla visione protagorea degli uomini come animali sociali, Antifonte sostituisce una visione degli uomini come asociali e spinti da bisogni individuali.

Areté
Pare che Antifonte abbia scritto “Arte del Non Soffrire” e che, similmente a un medico, si fosse proposto di curare i mali dell'anima dei concittadini. Ciò lo rende quasi un antesignano della psicanalisi, specialmente se si considera anche "Sull'Interpretazione dei Sogni", ma purtroppo non abbiamo frammenti di questi trattati. Ne abbiamo però di “Concordia”.

Per Antifonte, la vita è complicata e mette costantemente di fronte a scelte difficili, ma l'infelicità umana è data da condizioni interne: gli uomini non usano la loro intelligenza e quindi complicano ancora di più la vita, prendendo scelte sbagliate e perdendo tempo.
Il sofista parla della vita senza moralismi e con lucido realismo. Ad esempio, non sottovaluta l'importanza della ricchezza materiale, per cui si pone il problema concreto di come ottenerla in modo onesto, conservarla, accrescerla e usarla. 
Nonostante questa concretezza, Antifonte ha però un atteggiamento molto psicologico. Per lui gli uomini sono guidati dai Desideri e dall'Intelligenza, quindi per essere felici bisogna imparare a concordare queste due forze. Viene introdotta così la "Sophrosyne" (Saggezza), che permette di distinguere i desideri utili da quelli inutili e di capire perché, come e quando realizzarli. Il risultato è la Concordia, che è l'equilibrio interiore alla base dell'autentico piacere.

In sintesi, si potrebbe dire che Antifonte, ritenendo inutile se non dannoso il Nomos, lo sostituisce con la Concordia: è il singolo individuo a dover imparare a risolvere i problemi posti dalla Physis, non la comunità e le sue leggi.  

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