Dolendo novit mortalis vitam


Dolendo discit mori mortalis

domenica 31 maggio 2015

Recensione: "Haven" dei Kamelot

Kamelot – Haven
- Voto: 78 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Power metalSymphonic power metal, Progressive power metal
- Influenze: Musica elettronica, Extreme metal, Musica araba
Analisi:
Nel 2012 abbiamo lasciato i Kamelot alle prese con una forte mancanza di coraggio, di originalità, di personalità e di grinta, a tal punto da forzare il nuovo cantante a imitare per il 99% del tempo il vecchio. Insomma, Silverthorn ha deluso molto, considerando che, come ho spiegato in un precedente articolo, la band statunitense ci ha abituato a ben altri livelli.
A maggio 2015 è uscito l'undicesimo album dei Kamelot nonché secondo con Tommy Karevik al microfono. Il concept riguarda
un futuro post-apocalittico e distopico in cui si intrecciano amore e sofferenza. La band sarà riuscita a tornare ai fasti di un tempo? E la voce di Tommy sarà stata sfruttata in tutte le sue sfumature? Per scoprirlo, partiamo con l'ascolto di Haven!
Una dolce introduzione pianoforte e voce seguita da dei bellissimi archi da colonna sonora: così inizia "Fallen Star", prima traccia dell'album. Partenza col botto? Quasi: il resto del brano ha delle linee vocali ispiratissime, ma non riesce a stupire e si conclude in modo troppo brusco. Proseguiamo con "Insomnia", che ci accoglie con delle tastiere dal sapore industrial chiamate a sostenere le chitarre. "If Tomorrow Came" 2.0? Decisamente no, perché l'elettronica non è usata in modo altrettanto intelligente. Come se non bastasse, le linee vocali richiamano troppo Roy Khan e il ritornello è scialbo come pochi: Kamelot, seriamente? Se non fosse per il duello di assoli tra chitarra e tastiera, questo brano non avrebbe motivo di esistere. E dire che è stato perfino estratto come singolo!
Alzino la mano quelli che sentono la mancanza di brani come "March of Mephisto"! So che siete in molti ed ad accontentarvi ci pensa "Citizen Zero", una marcia oscura dal ritornello irresistibile e dal bridge corale in stile Therion. L'assolo di tastiera e quello di chitarra impreziosiscono ulteriormente un brano forse non innovativo, ma sicuramente ispirato. Purtroppo la successiva "Veil of Elysium", scelta come singolo, non è allo stesso livello. Si tratta di una cavalcata power dal ritmo trascinante e dalla melodia spacca-cervello, ma è qualcosa che abbiamo già sentito centinaia di volte. È catchy e accontenta l'ascoltatore medio del genere, ma è anche banale e cliché oltre ogni limite. Insomma, "Veil of Elysium" è adatta solo per canticchiare fino alla nausea il ritornello, esattamente come un brano qualsiasi di Katy Perry.
La quinta traccia dell'album è "Under Grey Skies", una dolce ballad impreziosita dal tin whistle di Troy Donockley (Nightwish). Il brano vede anche la partecipazione di Charlotte Wessels (Delain), la cui voce si intreccia con quella di un Tommy in stato di grazia. Tra piccoli virtuosismi e un ritornello (il migliore dell'album?) che si stampa nel cervello, le linee vocali tessono un'atmosfera in grado di sciogliere anche i cuori più freddi. Peccato, però, che di ballad simili ce ne siano molte in giro, anche all'interno della discografia dei Kamelot. È comunque piacevole sentire un ibrido tra "Don't You Cry" e "House on A Hill".
Concludiamo la prima parte dell'album con "My Therapy", che ricorda i migliori episodi di Silverthorn e vanta soluzioni ispiratissime nelle linee vocali. Ma verso la fine del brano arriva una sorpresa: un tappeto elettronico strappato a Björk. Allora, cari Kamelot, non è vero che siete diventati dei codardi! Complimenti, mi avete stupito!
Dopo il breve interludio "Ecclesia", che è totalmente slegato dai brani che lo circondano, entriamo nella seconda parte dell'album. Questa prende il via con "End of Innocence", le cui melodie vocali sono catchy e cucite addosso alla vero timbro di Tommy. Peccato, però, che la struttura del brano sia banale e che strumentalmente si cada nell'anonimato. Lo stesso non si può dire di "Beautiful Apocalypse", che si apre con un'atmosfera arabeggiante per poi riportarci a Poetry for The Poisoned. Certo, non ha la viscida oscurità né la maniacale cura strumentale del capolavoro del 2010, ma i rintocchi di tastiera, i riff e le voci distorte rimandano a quell'epoca. Inoltre, le linee vocali sono cantate con personalità e riescono a mantenere in equilibrio melodia e ricercatezza.
Ma le sorprese non sono ancora finite: "Liar Liar (Wasteland Monarchy)", dopo qualche tocco di elettronica, ci catapulta ai tempi di Karma ed Epica. Esattamente come in "Veil of Elysium"? Non proprio, perché stavolta la cavalcata power è stata resa con freschezza e ispirazione. Le linee vocali sono raffinate ed espressive, soprattutto nel pre-ritornello, mentre nel ritornello sono da urlare come cori da stadio. Nel bridge i riff si incattiviscono e sostengono il growl di Alissa White-Gluz (Arch Enemy, ex The Agonist), che subito dopo canta pure in pulito. Il brano si chiude in modo delicato, conducendoci per mano alla successiva "Here's to the Fall", una ballad tutta piano e archi che sembra presa da un musical. La teatralità è alle stelle, anche grazie alla magnifica interpretazione di Tommy, che nel bridge sceglie di usare il falsetto con grande intelligenza espressiva. Certo, il fantasma di Roy Khan è più vivo che mai, ma c'è poco da lamentarsi di fronte alle note gravi terribilmente sexy che sfodera Tommy.
È chiaro che i brani migliori di Haven siano stati quasi tutti stipati nella seconda parte dell'album, ma non era immaginabile che sul finire potesse emergere una delle migliori canzoni mai scritte dai Kamelot: "Revolution". Le melodie vocali delle strofe, oltre a toccare note molto alte (un Do#4 a voce piena), hanno un'espressività tipicamente da musical, consentendo a Tommy di interpretare bene la parte del capo dei ribelli durante un comizio. Il brano prosegue con grande fascino fino a raggiungere il parossismo nel bridge, chiamato a rappresentare la rivolta. Considerando il significato, questo passaggio non può che essere violento e distruttivo, quindi scandito dal growl/scream di Alissa e da una sezione strumentale presa dal metal estremo. Ma dopo il caos, giunge il momento di onorare i caduti e costruire una nuova società per i sopravvissuti. E così il ribelle Tommy intona un ultimo canto, riportando in vita lo spirito di Freddie Mercury. Chapeau!
L'edizione standard dell'album si conclude con la title-track, che è un'outro orchestrale. Kamelot, ci state trollando? Per lo meno si tratta si di un'outro molto bella.
Haven, però, è stato commercializzato in varie versioni dotate di bonus track. "The Ties That Bind" è quella giapponese e ha una marcata impronta elettronica, un pre-ritornello dal sapore arabeggiante, un ritornello classicamente power e una bellissima chiusura sinfonica. Purtroppo le strofe non sono granché, ma non rovinano il quadro generale. Domanda: per quale assurdo un motivo un brano del genere è stato scartato dalla versione standard? Troppo coraggioso per la limitatezza mentale del metallaro medio? Lo stesso discorso si potrebbe fare per la bonus track del vinile, "At First Light", un ibrido tra "Insomnia" e "My Therapy".
Prima di arrivare alla conclusioni, bisogna fare una doverosa riflessione sulla produzione e sul missaggio. In generale, il livello va da buono a molto buono, ma ci sono dei passaggi fin troppo confusi. Capisco la voglia di creare un muro di chitarre, ma era davvero necessario sommergere le voci e addirittura l'assolo di tastiera di "Revolution"? Una roba del genere sarebbe tollerabile solo in una demo autoprodotta e registrata nelle cantine dei peggiori bar di Caracas!
Tirando le somme, Haven è un album molto buono, pieno di ottimi brani e con due filler soltanto. Ma no, non è un capolavoro. Se in alcuni passaggi è tornato il coraggio che ha contraddistinto i Kamelot per anni, in altri c'è ancora troppa paura di osare. Inoltre, se è vero che Tommy usa spesso la sua vera voce, è altresì vero che ancora non è stata sfruttato a pieno. Non bisogna però scordarsi che Haven è un enorme passo avanti rispetto all'anonimato di Silverthorn e che quindi i Kamelot stanno lentamente risalendo la china. Diamo tempo al tempo, ché magari il prossimo album potrebbe essere al livello di Ghost Opera o addirittura di The Black Halo e Poetry for the Poisoned. Un passo alla volta.

 - Classifica delle tracce:
  1. "Revolution"
  2. "Here's to The Fall"
  3. "Beautiful Apocalypse"
  4. "The Ties That Bind"
  5. "My Therapy"
  6. "Liar Liar (Wasteland Monarchy)"
  7. "Citizen Zero"
  8. "Under Grey Skies"
  9. "Fallen Star"
  10. "End of Innocence"
  11. "At First Light"
  12. "Haven"
  13. "Insomnia"
  14. "Veil of Elysium"
  15. "Ecclesia"

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