Dolendo novit mortalis vitam


Dolendo discit mori mortalis

domenica 17 maggio 2015

Kamelot: riassunto delle puntate precedenti

Sto scrivendo la recensione di Haven, il nuovo album dei Kamelot, ma mi sono reso conto che è indispensabile ripercorrere le tappe fondamentali della band. 

I Kamelot sono sempre stati una delle band più interessanti del panorama power metal: una delle poche in grado di avere una personalità unica senza per questo diventare prevedibili, una delle poche in grado di scrivere testi poetici e ammalianti. 
I loro primi quattro album non sono granché, ma con Karma (2001) ed Epica (2003) hanno creato un sound raffinato ed elegante. In particolare, sono da segnalare brani magnifici come "Don't You Cry", "Elizabeth", "Forever", "Center of the Universe" e "Lost & Damned".

Col capolavoro The Black Halo (2005), i Kamelot hanno raggiunto la maturità, distinguendosi dalla miriade di band tanto banali quanto cafone che affollano il power. Brani come "The Haunting (Somewhere in Time)", "March of Mephisto", "Memento Mori" e "Abandoned" sono rimasti negli annali del metal, ma pure il resto della tracklist si mantiene su alti livelli e non ha filler. 



Il successivo Ghost Opera (2007) ha segnato un punto di svolta grazie alle atmosfere decadenti dal sapore gothic, alle orchestrazioni magniloquenti e ai testi ispiratissimi. Queste premesse si traducono in brani di grande fascino e intensità come "The Human Stain" (forse il migliore della band), "Ghost Opera", "Rule the World", "Love You to Death", "Eden Echo" "Season's End". Da segnalare anche la bellissima "Anthem", che però è stata rovinata da una produzione nonsense (che schifo è quel filtro sulla voce?). Purtroppo i sei brani restanti sono inutili e molto brutti, difetto che impedisce di gridare al capolavoro.

Per avere un album più equilibrato bisogna aspettare il successivo Poetry for the Poisoned (2010). Qui le atmosfere oscure sono state sviluppate su una tracklist dalla qualità costante, a parte per due filler. Come non rimanere stregati da "Poetry for the Poisoned", "House on a Hill", "Hunter's Season", "If Tomorrow Came", "Necropolis", "My Train Of Thoughts", "The Zodiac""The Great Pandemonium"? Si tratta di brani che non raggiungono i picchi presenti in Ghost Opera, ma che comunque sono di qualità tale da permettere a Poetry for the Poisoned di diventare il secondo miglior album dei Kamelot dopo The Black Halo

È indubbio che la fortuna dei Kamelot è dovuta anche a Roy Khan, voce unica nel panorama power. Il suo timbro baritonale e la naturalezza nelle note gravi lo fanno spiccare per personalità, mentre il suo approccio teatrale alle linee vocali gli è valso il titolo di Re del Pathos e dell'Espressività. Non stupisce che, quando nel 2011 Roy ha lasciato la band, in molti hanno avuto un trauma. 
Per fortuna, è stato trovato un sostituto degno, ossia il bravissimo Tommy Karevik dei progster Seventh Wonder. Lui, essendo un tenore, ha una voce diversa da quella di Roy: più squillante, portata per gli acuti, agile e con grandi capacità virtuosistiche. Tommy è pure molto espressivo, ma è un cantante totalmente moderno e quindi ha un approccio diverso da quello di Roy (che invece in passato ha studiato anche canto lirico). 
Tommy spicca anche per estensione e versatilità, per cui non desta stupore sentirlo cantare bene sia le linee vocali simil-AOR dei Seventh Wonder sia quelle teatrali dei Kamelot. Più che altro, è incredibile il modo in cui riesce a scurire il timbro fino a trasformarsi in un sosia di Roy Khan. Peccato, però, che in Silverthorn (2012) Tommy canti quasi tutto così! Perché non sfruttare a pieno la voce di Tommy? Perché non farlo cantare sia su note gravi sia su note acute, sia col suo vero timbro sia scurendolo sulla scia di Roy? Insomma, perché limitare uno dei migliori cantanti al mondo al ruolo di imitatore? L'impressione data in Silverthorn è di un cantante senza personalità, cosa in realtà falsa!
Come se non bastasse, Silverthorn ha un sound banale, anacronistico e a tratti cliché. È un album nato vecchio di almeno dieci anni, che si limita a riprendere un sound abusato rileggendolo soporifera. Sono state abbandonate le influenze gothic, ma per sostituirle con cosa? L'impressione è che sia venuto a mancare il coraggio che aveva contraddistinto i Kamelot negli anni passati e che aveva permesso loro di mantenersi in equilibrio tra l'avere una personalità ben definita e il riuscire a sperimentare.
Le uniche tracce decenti di Silverthorn sono "Torn", "Ashes to Ashes", "Falling Like the Fahrenheit""Sacrimony (Angel of Afterlife)" e "Song for Jolee", ma solo quest'ultima è degna del nome dei Kamelot. 

Insomma, dovendo fare una classifica degli album dei Kamelot usciti tra il 2001 e il 2012, metterei The Black Halo (90) al primo posto e lo farei seguire da Poetry for the Poisoned (86), Ghost Opera (82), Karma (75), Epica (74) e infine Silverthorn (62).  Ma è da pochissimo uscito l'undicesimo album dei Kamelot nonché secondo con Tommy Karevik al microfono: Haven. I Kamelot sono riusciti a uscire dal pantano? Lo scoprirete nella recensione che pubblicherò tra poco. Stay tuned!

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