Dolendo novit mortalis vitam


Dolendo discit mori mortalis

giovedì 31 luglio 2014

Coprofagi, editoria e moralità

Tipico lettore di romanzi di merda.
Criticare uno scrittore e stroncare un suo romanzo è considerato socialmente accettabile, criticare una pessima casa editrice che ha appena chiuso è quasi un reato. Non è un atteggiamento simile a quello di chi diventa fan di qualunque cantante morto? Ipocrisia e sciacallaggio allo stato puro.
Come se non bastasse, dire la verità oggettiva dei fatti viene visto come un insulto. Se un'azienda scarica rifiuti in mare e io lo faccio notare, sto forse insultando? O sono loro che insultano la società stessa?
È questione di gusti? Sì, infatti io non sono coprofago e la merda non mi piace, ma non per questo smette di essere merda.

Senza contare che il discorso del "valgono solo i gusti" è pericolosissimo in quanto giustifica tutto ed elimina ogni barlume di meritocrazia. E allora Fabio Volo diventa come Saramago, Moccia come King, Twilight come la Divina Commedia. No, mi dispiace, ma dei canoni oggettivi devono esserci. E infatti, per quanto riguarda l'ambito tecnico-stilistico (ossia la scrittura in sé), ci sono e sono stati oggetto anche di ricerche neuroscientifiche. 

Ma poi, siamo capaci di renderci conto delle conseguenze che ha la pubblicazione di romanzi pessimi anziché buoni?
  1. I brutti romanzi tolgono spazio e visibilità ai buoni romanzi. Pensate a quanti libri potrebbero stare in libreria se non ci fosse quella pilla infinita di libri di Vespa. Pensate a quanti bei libri sono relegati in un angolino buio oppure non trovano spazio in libreria. Ma pensate anche ai magazzini pienissimi.
  2. I brutti romanzi tolgono fondi ai buoni romanzi. L'editoria ha un costo. Se i soldi spesi per stampare, distribuire, promuovere e pubblicizzare i pessimi romanzi venissero spesi per i buoni romanzi. Se poi si parla di romanzi stranieri, ci sono anche i costi di traduzione.
  3. I brutti romanzi alimentano i luoghi comuni. "Il fantasy fa schifo, è per gente ritardata": grazie al cazzo, se vengono pubblicati un sacco di romanzi ad alto livello di ritardo mentale.
  4. I brutti romanzi abbassano gli standard qualitativi e le aspettative dei lettori. Se droghi il mercato con pessimi romanzi, questi diventeranno la norma. E lo diventeranno anche per i lettori, falsandone i metri di giudizio e impedendo paragoni ragionati. Ne consegue da un lato una generale perdita di meritocrazia, dall'altro un aumento della pigrizia degli editori. Se i pessimi romanzi sono la norma e vendono bene, che senso ha sforzarsi di trovare romanzi decenti? Che senso ha pagare qualcuno per fare un editing serio? Che senso ha impegnarsi? E così ecco che parte una gara al ribasso tra editori e autori. Riguardo a questi ultimi, ricordiamoci che sono anche lettori (si spera... ) e che quindi subiscono anche loro la sfasatura dei metri di giudizio.
  5. I brutti romanzi sprecano carta (e quindi alberi) che potrebbe essere usata per i buoni romanzi.
  6. I brutti romanzi sprecano il tempo dei lettori e degli editori. Ovviamente, parlo degli editor onesti e con un po' di senso dell'onore e di amore per il proprio lavoro.
  7. I brutti romanzi danneggiano l'intelletto e la psicologia dei lettori, specie di quelli molto giovani. De facto, possono traumatizzare a vita.
  8. I brutti romanzi danneggiano la società perché ne abbassano il livello culturale. Una società culturalmente inadeguata è più controllabile e manovrabile in quanto composta da cittadini (e quindi elettori) poco consapevoli. Considerate anche che molti di questi cittadini faranno figli, insegneranno a scuola, lavoreranno in tv, scriveranno sui giornali.
  9. I buoni romanzi migliorano l'editoria in quanto alzano lo standard qualitativo e costringono gli autori e gli editori a impegnarsi di più. Inoltre, i lettori diventano più consapevoli e anche difficilmente accontentabili, quindi comprano solo prodotti di qualità, quindi danno il via a un sistema altamente meritocratico.
  10. I buoni romanzi migliorano la società e insegnano a mettersi nei panni altrui.  E qui entriamo nell'ambito della moralità in narrativa.
    Vi racconto un aneddoto. I poliziotti messicani non erano in grado di provare empatia e mettersi nei panni altrui, quindi risultavano troppo violenti. Allora il sindaco di Neza decise di risolvere la questione costringendo i poliziotti a leggere narrativa. Non sto scherzando, è accaduto davvero.
    Cosa c'entra la narrativa? Poniamo di avere Calderoli come personaggio-pov con filtraggio psicologico profondo. L'oggettività sarà oggettivata e i pensieri del personaggio diventeranno la realtà (per lo meno per sé e per il lettore, a meno che non ci siano dei superpoteri di mezzo). Il lettore proverà empatia per Calderoli, si metterà nei suoi panni, e alla fine si stupirà a pensarla come lui, a pensare che ha ragione. Proprio in quel momento, BAM, arrivano le conseguenze. Calderoli ha preso il potere e ha emanato leggi razziali. Gli immigrati sono stati tutti cacciati e quindi l'economia italiana è andata a rotoli, i crimini non sono affatto diminuiti, il livello culturale generale si è abbassato (leggere apre le menti e quindi "cura" dal razzismo). Come se non bastasse, Calderoli si è innamorato di un'immigrata e ha capito di aver sbagliato, ma ormai è tardi: lei viene deportata e lui non può fare nulla. Non appena Calderoli dimostra ai suoi sodali di aver cambiato idea, loro lo prendono per pazzo e lo uccidono.
    Direi che è una soluzione molto potente per insegnare la morale al lettore, no? Funziona meglio rispetto al dire "questo è giusto e questo è sbagliato", no? In fondo i bambini imparano che il fuoco brucia solo scottandosi, no? Senza contare che sapersi immedesimare negli altri permette di crescere, di arricchirsi, di mettersi in discussione e di saper smontare efficacemente le idee altrui. Ecco, questa è la moralità in narrativa. Gli scrittori ingenui si chiederanno "ma ora penseranno che io sia razzista", peccato sia una cazzata: un romanzo con penetrazione profonda, sia esso in prima o in terza persona, è scritto dal personaggio-pov. Lo scrittore sparisce, il narratore è Calderoli stesso. Pensate che Anton Čechov fu accusato sia di avere idee di destra sia di avere idee di sinistra, quando in realtà ad averle erano i suoi personaggi. Giusto per fare un altro esempio, un attore che interpreta un serial killer non necessariamente lo è a sua volta. Immedesimarsi in idee diverse dalle proprie fa parte sia del lavoro dello scrittore sia del lavoro dell'attore. Inoltre, esprimere esplicitamente le proprie idee di autore è inelegante, anacronistico e poco efficace. Ma ne parlerò meglio in un articolo apposito.
  11. I buoni romanzi sono catartici e permettono di sfogare le proprie perversioni represse in modo sano e innocuo;
  12. I buoni romanzi intrattengono meglio rispetto ai pessimi romanzi, quindi possiedono una funzione anti-stress;
  13. I buoni romanzi sono utili per contrastare l'analfabetismo emotivo-sentimentale;
  14. Buone letture formano buoni scrittori in quanto li abituano ad alti standard qualitativi. O meglio, in realtà leggere senza avere gli strumenti adeguati serve solo a migliorare il proprio vocabolario, a stimolare la fantasia e a distinguere i cliché dalle idee originali. Tutte cose fondamentali, ovvio. Ma per capire come funziona davvero un auto bisogna avere le conoscenze adatte per analizzarne il motore. Ecco perché andrebbero studiare le tecniche narrative
Un'obiezione che viene spesso mossa è: "ma se il libro X ha fatto avvicinare le persone alla lettura, è da lodare". Premettendo che questo ragionamento porta a giustificare persino i romanzi di Moccia, ma è davvero un'ipotesi reale? Abbiamo dati statistici che confermino che i lettori di X poi siano diventati lettori medi, forti o fortissimi? Oppure sono rimasti lettori occasionali? E, soprattutto, sono cresciuti come lettori o hanno continuato a leggere pessima narrativa scambiandola per buona? Quali sono le percentuali in merito? E ancora: non si poteva usare un buon romanzo per invogliare alla lettura o quel pessimo romanzo era l'unico adatto?

Meglio leggere un solo libro buono che cento pessimi, meglio avere pochi lettori consapevoli che tanti inconsapevoli. Chiaramente, l'ideale sarebbe avere cento libri buoni e tanti lettori consapevoli, ma questa è una cosa che nasce da un meccanismo meritocratico. Ma come pensiamo di portare meritocrazia se ci stracciamo le vesti per la chiusura di una casa editrice che pubblicava quasi solamente Merda? Sì, c'era qualche eccezione (i romanzi tradotti di Bishop ed Erikson, ad esempio), ma non abbastanza da compensare il resto. 
Poi, per carità, grande solidarietà ai lavoratori che hanno perso il lavoro e ai fan di quei pochi libri decenti/buoni pubblicati dall'Armenia, ma ciò non cambia che la sua chiusura sia solo giusta e meritocratica. It's karma, bitch!

giovedì 3 luglio 2014

Insonnia chimica

Piccola confessione: ho sofferto di insonnia e sono stato costretto a ricorrere ai sonniferi. Ora sto bene.
"Chemical Insomnia", ottava traccia dell'album The Quantum Enigma degli Epica, parla della dipendenza da sonniferi, dell'insonnia da astinenza e delle allucinazioni ad essa collegate. Musicalmente si tratta di una delle canzoni migliori dell'album, se non proprio la migliore. Da notare, tra l'altro, che nel ritornello riprende la melodia simil-cinese dell'intro strumentale "The Fifth Guardian"
Per un'analisi dettagliata, vi rimando alla mia recensione dell'album.

Ecco "The Fifth Guardian" + "Chemical Insomnia" (da 3:04):


Musica di "The Fifth Guardian": Isaac Delahaye, Coen Janssen, Miro Rodenberg.
Musica di "Chemical Insomnia": Isaac Delahaye & Epica.
Testo di "Chemical Insomnia": Simone Simons.

Proseguite per leggere il bellissimo testo.