Dolendo novit mortalis vitam


Dolendo discit mori mortalis

sabato 16 febbraio 2013

Welfare for dummies: il sistema liberista

Discutendo con varie persone, mi sono reso conto che in pochi sanno cosa sia il welfare state e quanti tipi ne esistano.
No, non ho intenzione di fare un articolo nozionistico, non avrebbe senso. Mi limiterò a inserire le informazioni basilari per poi spiegarle e ragionarci su.
Ma iniziamo da una domanda: cos'è il welfare state? Quando si parla di Welfare State ci si riferisce al sistema normativo attraverso il quale lo stato applica il principio di uguaglianza sostanziale, e quindi l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali. Fanno parte del welfare servizi come l’assistenza sanitaria, l’istruzione pubblica, la previdenza sociale (pensioni e assistenza d’invalidità), l’indennità di disoccupazione, la gestione delle risorse culturali (biblioteche, musei), la difesa dell’ambiente. Questi servizi gravano sui conti pubblici attraverso la “spesa sociale” e sono finanziati attraverso le tasse.

Il sociologo danese Gøsta Esping-Andersen ha introdotto una classificazione dei diversi sistemi di Welfare State strutturata in tre tipologie: liberista, conservatore-corporativo e socialdemocratico.
In questo articolo parlerò del modello liberista.

Welfare liberista
  • Esempio: Stati Uniti d’America
  • Pro: livelli bassi di tassazione
  • Contro: pochi servizi sociali, spesso di scarsa qualità e indirizzati quasi solamente ai ceti molto bassi

Il modello liberista, detto anche "residuale", riconosce alcuni diritti sociali solo a chi ne ha davvero bisogno, quindi le fasce più povere della società. Già il ceto medio-basso è decisamente poco protetto, e ancor di meno lo è quello medio.
Con il sistema liberista, i cittadini devono pagare poche tasse, il che potrebbe sembrare un bene. In realtà non lo è del tutto. Prendiamo ad esempio gli U.S.A.: le scuole e le università pubbliche sono di scarsissima qualità e per avere una buona istruzione bisogna affidarsi ai privati. Non tutti possono permettersi di pagare fior di quattrini, quindi l’istruzione diventa elitaria, in grado di fornire un ottimo servizio solo ai ceti alti e medio-alti. Inoltre, dato che il prestigio dell’università in cui ci si laurea conta molto, uscendo da un’università pubblica si avranno serie difficoltà a trovare lavori di alto livello.
E per quanto riguarda la sanità? La qualità è generalmente di alto livello, ma è tutto a carico del paziente. Insomma, o sborsi fior di quattrini alle assicurazioni private o puoi schiattare. Appartieni al ceto medio, hai un grave problema medico e pagarti le cure ti distruggerebbe le finanze? Allora non meriti di essere curato! Almeno su questo, persino gli U.S.A. hanno capito che lo stato deve intervenire. Ed ecco che Obama ha reso un po' più equa la sanità statunitense. Qui in Italia, invece, c'è chi propone la privatizzazione del settore sanitario. Attualmente la nostra sanità non funziona, questo è vero, ma privatizzarla sarebbe come dire “mi fa male la testa, quindi mi decapito”. No, non ha senso. La malattia di cui soffre la sanità italiana è curabile senza privatizzare, basta migliorare la gestione e combattere gli sprechi e la corruzione.

I liberisti partono dal presupposto che il mercato sia in grado di regolarsi da solo. In realtà ciò non è vero, perché i privati hanno come primo obiettivo il guadagno. Ed ecco che si inverte il rapporto domanda-offerta creando falsi bisogni e sfruttando i meccanismi di obsolescenza pianificata e obsolescenza percepita. Tutto ciò è una truffa ai danni dei consumatori! Ma si tratta di un discorso generale, quindi andiamo più nel dettaglio e parliamo dei servizi sociali. I liberisti credono che i privati possano gestirli meglio dello stato spendendo pure meno. Ma ciò è vero? Non esattamente. Lo stato dovrebbe avere come primo obiettivo il benessere dei cittadini, quindi offrire servizi di alta qualità al minor prezzo possibile dovrebbe far parte dei suoi obiettivi. Perché ho usato il condizionale? Perché ci sono le incognite della corruzione e della capacità gestionale di chi si occupa della cosa pubblica. Il primo problema va combattuto duramente, anche perché toglie dalle casse dello stato centinaia di miliardi di euro, il secondo problema va risolto sia dall'interno (trasparenza, lotta alle raccomandazioni, maggiori controlli) sia dall'esterno (voto consapevole e informato dei cittadini). Facendo tutto ciò, privatizzare perde senso. Come è stato già detto, ai privati importa soprattutto guadagnare, il che dovrebbe includere un buon servizio, ma non necessariamente prezzi contenuti. Anzi, con le scuole private i prezzi tendono a lievitare senza ritegno. Inoltre, pagando in modo diretto, gli studenti perdono motivazione ed entrano nell'ottica del “sto pagando, quindi ho la strada spianata e posso anche impegnarmi di meno”.
Lo stato deve permettere a tutti l’accesso ai più alti gradi dell’istruzione, e questo è sancito dalla nostra Costituzione. Ciò vuol dire che non si possono favorire i ricchi a scapito dei ceti medi e medio-bassi  (per quelli bassi ci sono agevolazioni e borse di studio). Questa non è vera meritocrazia. Non si può parlare di meritocrazia senza fornire pari opportunità a tutti. Non si può parlare di meritocrazia senza tenere in conto che ognuno parte da situazioni economiche e sociali diverse, non ci può essere meritocrazia senza giustizia sociale. Se ne deduce che lo stato, anziché sprecare soldi finanziando le scuole private, dovrebbe aumentare i fondi per le scuole e le università pubbliche in modo da offrire un servizio migliore e accessibile a tutti.

Come abbiamo detto, il Walfare State include anche gli indennizzi di disoccupazione, il sistema pensionistico, il reddito minimo di cittadinanza, i servizi di collocamento lavorativo e varie altre cose. Chiaramente, con un sistema liberista gli interventi statali sono ridotti all'osso e il cittadino è lasciato in balia di se stesso e delle sue possibilità economiche. Ma un liberista, di solito, non si ferma qui e propone anche altre privatizzazioni, come ad esempio quella della gestione dell’acqua pubblica. Come abbiamo già detto, questo potrebbe provocare costi minori così come costi maggiori, qualità maggiore così come qualità minore, una gestione ottimale così come una gestione scadente se non addirittura pericolosa per la salute pubblica. L’unica cosa certa è che ai privati interessa guadagnare. Allora, anziché fare controlli su controlli, non sarebbe meglio lottare la corruzione, ottimizzare le spese, eliminare gli sprechi e quindi migliorare la gestione pubblica?
E qui veniamo a un altro punto: i fannulloni.  È inutile negarlo: attualmente il pubblico è pieno di incompetenti e pigri. Questo perché non si è diffusa la cultura secondo cui lavorare nel pubblico è prima di tutto una vocazione. Non si sta lavorando solo per sé, per guadagnare e portare il pane in tavola, ma anche e soprattutto per garantire un servizio ottimale ai cittadini tutti. E allora bisogna abbattere il tabù dei licenziamenti: nel pubblico si dove poter licenziare. Non lavori bene? Ok, fuori! E questo vale per tutti, dagli impiegati comunali ai professori. Su questi ultimi, poi, ci sarebbe da fare un discorso a parte legato all'incapacità di molti ad insegnare e alla scarsa conoscenza dei metodi di insegnamento e della psicologia di base. In Italia ci sono molti professori legati a metodi antiquati o che sfogano la loro frustrazione sugli studenti, formando così centinaia di individui impreparati sia al lavoro sia alla cittadinanza attiva. Possibile che per mantenere i privilegi di un professore bisogna danneggiare tantissimi studenti?
Insomma, l’obiettivo principale deve essere migliorare l’efficienza della cosa pubblica lottando la corruzione, eliminando gli sprechi, migliorando la gestione e aumentando la meritocrazia e le pari opportunità. Affidarsi ai privati è superfluo e inutile, talvolta addirittura dannoso.

Concludendo, il welfare liberista fa pagare meno tasse e quindi illude i cittadini di poter risparmiare, ma in realtà crea disparità, iniquità, discriminazione e antagonismo sociale. I liberisti parlano tanto di meritocrazia, ma non capiscono che il loro sistema è il meno meritocratico. Il problema è che sono accecati dei loro dogmi anacronistici, dalla loro psicotica e ossessiva demonizzazione dello stato, dalla loro cieca fede nel libero mercato. O meglio, precisiamo: il libero mercato di per sé è assolutamente un bene, ma va controllato e regolato dallo stato. Un mercato senza guinzaglio è destinato a deragliare, a favorire gli interessi di pochi e a schiavizzare e annichilire i consumatori. Bisogna necessariamente porre dei paletti per tutelare i cittadini.

P.S. spessissimo liberalismo e liberismo camminano a braccetto, ma non sempre. Si può essere liberali senza essere liberisti, quindi attenti a non fare confusione.
P.P.S. mi sono reso conto che c'è una cosa poco chiara, quindi è meglio specificare: io non sono contrario in toto alle privatizzazioni. Ci sono alcuni settori in cui privatizzare avrebbe effetti positivi, ma questi non sono l'istruzione, la sanità, la gestione dell'acqua pubblica. Invece potremmo discutere sul privatizzare altri settori (es. trasporti) o, ancora meglio, sul far concorrere il pubblico e i privati. Ma ripeto: ciò va bene solo per determinati settori. Bisogna discuterne caso per caso.

domenica 3 febbraio 2013

Pagelle musicali: 2012 - seconda parte (album secondari)

Innanzitutto mi scuso per l'assurdo ritardo. Ho passato un periodo piuttosto frenetico e sovraccarico di impegni. 
Vi ricordo che gli album secondari sono quelli che mi hanno colpito di meno a livello personale e/o di cui non sono riuscito a fare una classifica delle tracce. La qualità non c'entra, e lo potete notare dai voti
Vi ricordo anche che confrontare album di generi diversi non ha senso. Evitate critiche stupide del tipo "hai dato un voto basso a Pincopanco, che fa musica complessa, e uno alto a Pancopinco, che fa musica easy: sei un ignorante!".

Promossi (da 66 a 100)
  • Alcest - Les Voyages De L’Âme (Post-metal, Post-rock, Shoegaze, Atmospheric black metal con influenze Folk) = 78/100
    Album di altissimo livello, ma inferiore ai due precedenti. Le atmosfere oniriche deliziano l'ascoltatore, ma non riesco a stupire. Alcest, cari, vi siete arenati sui cliché da voi stessi creati? Per fortuna Neige se n'è accorto, e quindi per il futuro possiamo aspettarci qualcosa di diverso. Insomma, "Les Voyages De L’Âme" è il canto del cigno di un genere sognante rimasto intrappolato nei suoi stessi sogni.
  • AmbraMarie - 3anni2mesi7giorni (Rock) = 67/100
  • Blutmond - The Revolution Is Dead! (Avantgarde metal) = 76/100
  • Delerium - Music Box Opera (Synth pop, Electropop, Ambient, Musica elettronica) = 80/100
  • Emilie Autumn - Fight Like A Girl (Dark cabaret, Electro-industrial con influenze Sinfoniche/Neoclassiche, Darkwave e Synth pop) = 76/100
  • Mika - The Origin of Love (Pop, Synth pop, Dance pop, Pop rock, Power pop) = 67/100
  • My Dying Bride - A Map Of All Our Failures (Doom metal) = 70/100
    Quest'album è bello, ma puzza di già sentito.
  • P!nk - The Truth About Love (Pop rock, R'n'B, Synth pop, Dance rock) = 77/100
    P!nk è un'artista eclettica che, nel corso della sua carriera, è passata da un'influenza all'altra senza mai perdere di vista la propria personalità musicale. Stavolta, però, il meccanismo si è inceppato e ha iniziato a ripetere soluzioni già usate. Questo è uno dei difetti di "The Truth About Love": è prevedibile, sia all'interno delle singole canzoni che considerando la struttura generale dell'album. È sempre la solita solfa, sempre la solita minestrina riscaldata, ma in una versione addolcita. P!nk, tesoro, ma l'originalità l'hai lasciata a casa? Gli altri tre difetti sono legati rispettivamente al singolo di lancio, alla mancanza di una ballad davvero memorabile e alla scelta delle tracce della versione standard. Ma andiamo con ordine. Difetto numero 1: il singolo di lancio. "Blow Me (One Last Kiss)" è una delle canzoni più brutte dell'album e in assoluto il singolo di lancio peggiore di sempre, per lo meno per gli standard di P!nk. Citando solo gli ultimi, vogliamo davvero paragonarlo a "Stupid Girl", "So What" e "Raise Your Glass"? Difetto numero 2: le ballad. "Just Give Me A Reason" ha una melodia molto carina e catchy, ma come carica emotiva siamo distanti anni luce da "Fucking Perfect", "Who Knew", "I Don't Believe You", "Conversations With My 13 Year Old Self ", "Family Portrait" e "Sober". "Try" è davvero bella ed è, insieme a "The Great Escape", una delle poche canzoni con un minimo di carica emotiva. Però l'unica che riesce a emozionare davvero è "Beam Me Up", che comunque è distante dai fasti del passato. Anche "Chaos & Piss" si salva e convince, ma è una bonus track. E qui arriviamo al difetto numero 3: la track-list della versione standard. Una "Here Comes the Weekend", che parte benissimo e poi si perde nella ripetitività, andrebbe messa nella versione deluxe al posto dell'ottima "Is This Thing On?". Stesso discorso per la stanca e già sentita "True Love", che potrebbe essere sostituita con la trascinante "Good Old Days". 
    Passando alle altre canzoni, "Slut Like You" è la canzone migliore dell'album: travolgente, sfrontata, irriverente, autoironica, divertente. Ci si domanda però se P!nk sia ancora credibile nel cantare canzoni come questa. P!nk, cara, sei una madre e l'adolescenza l'hai passata da un pezzo: ora anche basta! "All We All We Are" inizia in modo adorabilmente caotico per poi stamparti in testa il titolo cantato in modo simile alle canzoncine dei bambini. "How Come You're Not Here"  ha delle strofe rock e un ritornello allegro: promossa a pieni voti. "Where Did the Beat Go?" ripesca il passato r'n'b di P!nk, e il risultato è ottimo. "Walk of Shame" è molto carina, diverte l'ascoltatore e butta in mezzo anche un rimando agli Aerosmith. Ma anche qui vale lo stesso discorso di prima: ottima canzone, ok, ma è sempre la solita minestrina riscaldata. Idem la title-track, che però è anche piuttosto ripetitiva. Passando alle bonus-track che non ho ancora citato, "Run" è terribilmente anonima e impersonale (l'intro sembra rubato a una canzone di Beyoncé), "My Signature Move" è decente, mentre "The King Is Dead But The Queen Is Alive" ritira fuori il lato rock di P!nk. "Timebomb" merita un discorso a parte: inizia con delle tentazioni elettroniche e si sviluppa con richiami  rock, ritornelli energici e perfino un bridge lento. Promossa.
    Concludendo, "The Truth About Love" è sicuramente un buon album, ma delude perché da P!nk ci si aspetterebbe l'eccellenza. Inoltre la ripetizione delle solite formule ha stancato. Non pretendo un cambiamento radicale come tra "Can't Take Me Home" e gli album successivi, ma almeno una ventata di novità sarebbe gradita, giusto per non trasformare P!nk nella parodia di se stessa. Stavolta do 77 perché in fondo questo nuovo album è ben fatto, ma sono comunque deluso perché avrei voluto dare almeno 9/10 punti in più. Forse è colpa mia che pretendo troppo da P!nk, non so, ma comunque "The Truth About Love" è inferiore sia a  "Funhouse" che ad "I'm Not Dead" (che viaggiano entrambi sopra l'80).
  • The Faceless - Autotheism (Progressive death metal, Technical death Metal) = 88/100
  • The Rescues - Blah Blah Love and War (Alternative rock, Pop rock con influenze Chamber rock e Power pop) = 80/100
  • Three Days Grace - The Transit of Venus (Alternative rock, Alternative metal, Synth rock) = 71/100
  • To-Mera - Exile (Progressive metal) = 82/100
  • Wintersun - Time I (Symphonic metal, Symphonic black metal, Folk metal, Power metal, Melodic death metal) = 88/100
    Eargasm: la perfetta parola per definire quest'album.
    La bellissima strumentale "When Time Fades Away" funge da intro a "Sons Of Winter And Stars". Quest'ultima è la canzone più lunga dell'album (13 minuti e mezzo), ma riesce a mantenere alta l'attenzione e a non annoiare. Ed ecco che inizia un viaggio tra atmosfere folk ispirate all'estremo oriente, orchestrazioni magniloquenti, sfuriate death/black e parti power dal sapore epico. Ed è proprio l'epicità ad avere la meglio nella successiva "Land Of Snow And Sorrow", che è forse l'anello debole della catena. "Darkness And Frost", che ha persino delle influenze elettroniche, è l'intro di "Time". Stavolta, però, il legame tra l'intro e la canzone successiva è più debole rispetto alle prime due tracce, che invece sono state legate benissimo. Un applauso va all'azzeccatissima scelta di terminare l'album richiamando l'inizio.
    L'unico vero punto debole di "Time I" è che, talvolta, il sound diventa eccessivo e caotico. Adesso non ci resta che aspettare "Time II".


Limbo (da 55 a 65)
  • As I Lay Dying - Awakened (Metalcore) = 61/100
  • Cradle of Filth The Manticore And Other Horrors (Thrash metal con influenze Symphonic black metal) = 58/100
  • In This Moment - Blood (Metalcore, Synth rock, Industrial metal, Nu metal) = 60/100
  • Kamelot - Silverthorn (Symphonic power metal, Progressive power metal) = 62/100
    Dopo il capolavoro "Poetry for the Poisoned", Roy Khan ha abbandonato i Kamelot. Come sostituto è arrivato il bravissimo Tommy Karevik dei Seventh Wonder. Premetto che sì, Roy Khan è il mio cantante preferito, ma Tommy sta al secondo posto, quindi non ho alcun pregiudizio verso di lui. Quando canta con la sua voce, intendo. Peccato che in "Silverthorn" Tommy sia stato costretto a cantare imitando Roy. Perché dico costretto? Perché è evidente il tentativo di non scombussolare i fan persino a livello estetico (Tommy si è fatto il pizzetto e ha iniziato a imitare la gestualità di Roy), e credo che tutto ciò sia una scelta imposta dal resto della band. Ok, Tommy è molto bravo a imitare Roy, ma l'imitazione può essere un'idea carina per due/tre canzoni, non per l'intero album! Dov'è finita la personalità artistica e vocale di Tommy? Non dico di cantare su linee vocali in stile Seventh Wonder, ma una via di mezzo sarebbe gradita. L'unica traccia cantata con personalità è l'emozionate ballad "Song for Jolee", ma anche nelle adrenaliniche "Torn" e "Ashes to Ashes" lo stile di Tommy è parzialmente riconoscibile. Non è un caso che queste tre canzoni siano le migliori dell'album. Per quanto riguarda l'altra traccia promossa, il singolo "Sacrimony (Angel of Afterlife)", è molto catchy, ha un ritornello killer, il duello chitarra-tastiera nell'assolo ha un delizioso sapore prog, le tre voci sono usate bene (ci sono anche Elize Ryd degli Amaranthe e Alissa White-Gluz dei The Agonist). In compenso, però, si tratta di una canzone un po' banale e che sa di già sentito. Anche l'intro "Manus Dei" è molto carino, ma è totalmente slegato dalla traccia successiva. 
    Riguardo al resto dell'album, la prima cosa che si nota è l'abbandono delle atmosfere tetre e gotiche. Il che non sarebbe stato un male, se al loro posto fosse arrivata qualche influenza fresca e interessante. E invece i Kamelot hanno deciso di tornare indietro ripescando idee superate da svariati album. Questa scelta anacronistica, tra l'altro, porta con sé anche una forte perdita di personalità da parte dell'intera band, che in quest'album si è ridotta a fare un tipo di power scontato e abusatissimo. In un genere catatonico e privo di idee originali, i Kamelot rappresentavano un'ancora di salvezza, un faro di sperimentazione e rinnovamento. Manterranno questo ruolo? Sicuramente non seguendo la scia di "Silverthorn". Ma questo è un album di passaggio, di assestamento. La vera prova arriverà col prossimo. Cosa ci riserveranno i Kamelot? Magari più elettronica, magari più prog, non si sa. Si spera qualcosa di personale e interessante.
    Infine, va sottolineato che "Silverthorn" è un concept album legato a una storia originale ambientata in epoca vittoriana. La trama è interessante, ma non auto-conclusiva: terminerà nel prossimo album.


    Bocciati (da 0 a 54)
    • Christina Aguilera - Lotus (Pop, Dance pop con influenze Country ed R'n'B) = 48/100
      Nel tentativo di risollevarsi dal flop di "Bionic", Christina Aguilera ha provato ad accontentare tutti con un album paraculo e vario. Peccato che il risultato risulti impersonale e privo di un filo conduttore. E peccato che i difetti tecnici della voce della Aguilera risultino addirittura amplificati. Le uniche canzoni che si salvano sono "Blank Page" e la title-track, il resto è bocciatissimo. Stavolta il flop è stato meritato.
    • Ke$ha - Warrior (Electropop, Dance pop) = 40/100
      Si salva solo "Die Young", il resto è incommentabile.
    • Liv Kristine - Liberine (Pop rock) = 40/100
      "Libertine" propone una sfilza di canzoni prodotte in modo mediocre, cantante male e arrangiate peggio. I tempi di canzoni-capolavoro come "The Rarest Flower" sembrano lontanissimi. 
      Ah, quasi dimenticavo: i tanto decantanti richiami ai Theatre of Tragedy che fine hanno fatto? Sono stati usati per riempire le rughe di zia Livia?
    • Rihanna - Unapologetic (R'n'b, Dance pop, Electropop con influenze Dubstep e Reggae) = 42/100
      Le uniche canzoni che superano a sufficienza sono "Diamonds" e "Stay", il resto è rumore, caos, spazzatura sonora. Rihanna ha voluto sperimentare un po'? No, perché fondamentalmente il suo contributo è marginale. Ringraziate i suoi autori e produttori, piuttosto. Tra l'altro questo non è un album sperimentale. Ci sono delle novità, ma limitatamente rispetto ai precedenti album di Rihanna. E comunque sono novità gestite malissimo e senza alcuna logica. Poi quando la cantante barbadiana prova a fare la sofisticata, ad esempio in "Stay", suona davvero ridicola e fuori posto. I suoi produttori dovrebbero fermarsi un po' e darsi più tempo, anziché sfornare un album all'anno. Ma d'altra parte non possono fare diversamente: devono battere il ferro finché è caldo, finché questa tizia senza alcun talento chiamata "Rihanna" ha ancora risonanza mediatica. E alla fine della fiera continuano a proporci musica usa-e-getta da fast food. "Fast music", per l'appunto.
    • Whyzdom - Blind? (Symphonic metal con influenze Progressive e Power) = 50/100
      "On The Road to Babylon" è stupenda, ma non basta a salvare un album così poco interessante. Alcune canzoni sono piene di cliché e soluzioni trite e ritrite, altre si perdono in superflui esercizi di stile. E poi, vogliamo parlare dei testi? Andiamo, non possono essere presi sul serio, sono una trollata di dimensioni galattiche!
      L'album di debutto degli Whyzdom si salvava per i bellissimi cori, ma in "Blind?" sono stati ridotti in modo da far cantare di più la nuova cantante. Ecco, qualcuno tolga il microfono a quella scimmia urlatrice, vi prego! Per giunta le linee vocali sono raramente azzeccate e per lo più fanno venire il latte alle ginocchia. 
      Gli Whyzdom riescono bene quando si limitano alle bellissime parti orchestrali e ai cori magniloquenti, come ad esempio nell'intro della già citata "On The Road to Babylon".  Un altro esempio è il singolo "Cassandra's Mirror": l'intro orchestrale è molto bello, ma subito dopo si viene travolti da un'ondata di banalità e noia. Certo, sempre meglio di “The Lighthouse” e “Dancing with Lucifer”, che fanno cadere le palle a terra. Avete presente lo spam sul fantomatico "penis enlargement"? Ecco, qui siamo nell'ambito dello "scrotal stretching".
      Concludendo, gli Whyzdom hanno un grande potenziale, soprattutto per quanto riguarda i cori e le orchestrazioni. Si salvano dal baratro proprio per questi due motivi, ma in realtà una sola canzone convince del tutto, mentre le altre sguazzano nell'anonimato. La pessima cantante, infine, è la ciliegina sulla torta. Sì, ok, dopo il rilascio dell'album è stata cacciata, ma la sostituta è altrettanto indecente. Dio ce ne scampi e calamari!

    Senza voto
    • Kylie Minogue - The Abbey Road Sessions (Baroque pop)
      Quest'album contiene sedici singoli di Kylie riarrangiati in chiave orchestrale. La bella "Flower" è l'unico inedito, ma la vera perla del disco è "Can't Get You Out of My Head".
    • Melanie C - Stages (Musical)
      In quest'album Melanie C ha coverizzato brani tratti da vari 
      musical.
    • Roniit - In The Shadows ("Dark Electropop", Synth pop, Indie pop, Darkwave)
      È stupendo, ma è un EP e quindi è molto difficile valutarlo come un album vero e proprio. 
    • Therion - Les Fleurs Du Mal (Symphonic metal, Chanson française)
      In quest'album i Therion hanno coverizzato e riarrangiato canzoni di vari cantautori della tradizione francese. Sicuramente una scelta coraggiosa e sperimentale, ma è difficile dire se il risultato sia convincente. Gli arrangiamenti spesso sono troppo scarni e anonimi, mentre un applauso va alla prova dei due cantanti principali, il soprano Lori Lewis e il tenore Thomas Vikström. Quest'ultimo non convince quando urla in falsetto come nella brutta "Je N'ai Besoin Que de Tendresse", ma colpisce in positivo nella teatrale interpretazione di "J'ai Le Mal de Toi" (sicuramente la canzone migliore del lotto). Notevoli sono anche le due versioni di "Poupée de Cire, Poupée de Son" (nella prima canta solo Lori, nella seconda interviene anche Thomas), mentre "La Maritza" e "
      Mon Amour, Mon Amispiccano per la loro raffinatezza.
      In generale, comunque, i Therion hanno sformato un album tanto coraggioso quanto controverso e difficilmente valutabile.