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giovedì 21 marzo 2013

Scrittura: per chi e perché

Sul gruppo Facebook "Labor limae" è nata una discussione partendo da questa citazione:
Domanda: "Per chi scrivi, in primis?"
Alastair Reynolds: "Indubbiamente per me stesso. Sono lietissimo di avere dei lettori, ma nel momento in cui cominci a provare a piegare la tua scrittura per adattarla a un pubblico percepito, sei condannato."
Secondo me, esistono tre categorie di scrittori:
  1. Coloro che affermano di scrivere per se stessi. Chi appartiene a questa categoria, scrive per divertirsi e/o perché ha l'esigenza di trasferire su carta le storie e i personaggi che affollano la propria mente. Domanda: se scrivi per te stesso, perché cerchi di pubblicare? Nel momento in cui si decide di pubblicare, i primi destinatari del proprio romanzo diventano i lettori. Questi ultimi spesso vengono trattati in modo irrispettoso da chi afferma di scrivere solo per se stesso. Per fortuna, ci sono delle eccezioni.
  2. Coloro che affermano di scrivere per i lettori. Generalmente, questi sono gli scrittori più viscidi. Si tratta di gente che ragiona seguendo solo ed esclusivamente le leggi del mercato e che scrive solo per far soldi. 9 su 10 i prodotti di queste macchinazioni sono romanzi privi di anima e di originalità. Attenzione: non sto dicendo che sia sempre sbagliato scrivere romanzi fatti apposta per vendere. Va benissimo creare un romanzo anche per scopi commerciali, ma in primis bisognerebbe ragionare sulla qualità della forma (stile) e del contenuto (trama, personaggi, originalità, fantasia). Un romanzo può essere strutturato per vendere pur mantenendo alta la qualità della proposta, ma mi rendo conto che in pochi riescono a coniugare questi due aspetti.
    Comunque, scrivere per i lettori ha anche un'accezione positiva, ossia quella di "scrivere per offrire qualcosa di bello a chi legge". Questo è assolutamente positivo, ma generalmente è messo in atto dalla categoria numero tre. Anche perché è impossibile essere rispettosi verso i lettori con storie senz'anima e che non appassionano neppure l'autore.
  3. Coloro che affermano di scrivere sia per se stessi sia per i lettori. Ecco, a mio parere, queste è la categoria migliore perché prende il meglio delle due precedenti e perché non propone un "aut... aut", ma un "et... et".
    Scrivendo per se stessi si mette l'anima nelle proprie storie, ma si dovrebbe scrivere anche per i lettori. Ciò non vuol dire piegarsi alle logiche di mercato, ma semplicemente capire che la propria opera è destinata anche e soprattutto ad altri e che questi meritano rispetto. Rispettare i lettori vuol dire documentarsi, lavorare sulla verosimiglianza e la coerenza delle proprie storie, migliorare il proprio stile, sforzarsi di cercare soluzioni originali, interessanti e fantasiose. Uno scrittore rispettoso non si adagia sugli allori, ma cerca sempre di migliorarsi. Inoltre, uno scrittore competente dovrebbe anche capire a chi si sta rivolgendo, trovare il proprio target, scavarsi una nicchia di pubblico e cercare di ampliarla senza snaturare la propria opera. 

Nella discussione nata su Facebook ho letto vari commenti interessanti. Ad esempio, Federico Filippi ha affermato: 
Io oso andare ancora più in là; per me esistono tanti libri quanti sono i lettori, forse un vero lettore diventa parte integrante nella storia, diventa anche un poco sua nell'inventarsi la sua idea e rifacendosi quel mondo nel suo schermo mentale, come rappresentazione indiretta ma vera, forse altrettanto importante di chi l'ha scritta. Leggendo si rivivono le scene, le emozioni, ci si sdoppia e si entra nella storia. Una storia data alle stampe non è più soltanto dell'autore, anche se la sua importanza è fondamentale e per me infinita. Per me lo scrittore è come la luce, illumina dove cammini, la luce crea la vita, è il fondamento del nostro esistere. Per me quindi lo scrittore è dio, il demiurgo che illumina e porta la luce. C'è una segreta collaborazione tra scrittore e lettore, che fa diventare magica quest'arte più di ogni altra.
Salvatore Savasta ha scritto:
Qualcuno diceva che il lettore è solo frutto della fantasia dell'autore. [...] Io credo che pur scrivendo per se stessi, ogni scrittore sa di avere un bisogno primordiale di essere letto e compreso. Per questo ogni autore è sì il Dio del proprio mondo che ha creato con cura, ma è anche il Virgilio che guida Dante nella scoperta dello stesso.
Aislinn ha commentato così:
Io in genere cito il buon vecchio Stefano Re (Scrivo perché "non posso farne a meno"). Scrivo per me stessa - perché mi piace, perché mi diverte, perché qualcosa devo fare delle voci che ho nella testa e delle immagini e delle vite che invento, per dire "ehi, io esisto", perché è un atto di creazione e quindi di magia, e perché non c'è altra certezza per me - e scrivo per gli altri - perché vorrei che provassero quello che provo io quando leggo qualcosa che amo, perché vorrei che amassero i miei personaggi e li trovassero reali quanto io amo e trovo reali i miei preferiti incontrati nei romanzi altrui, e perché - molto realisticamente - è la cosa migliore che so fare e per me non è un hobby: è una passione, ma anche un lavoro - il più bello del mondo.
Yami Yume, invece, ha espresso un pensiero più personale:
Scrivo per me stessa e per gli altri: per me per vedere se trovo persone che condividono i miei stessi pensieri e le mie stesse emozioni, per gli altri perché se condividono le stesse cose magari scoprono che c'è un'altra anima simile a loro (e magari che non sono soli/e come pensavano)

Ma perché si scrive? Si può scrivere narrativa per tanti motivi, sia egoistici che altruistici. Penso che queste due componenti debbano andare a braccetto.
Quali sono le mie motivazioni? Be', la mia mente è tormentata da storie, personaggi e ambientazioni. L'unico modo per liberarmi di queste ossessioni è sfogarle, ossia metterle nero su bianco. Smettendo di scrivere, impazzirei rimanendo intrappolato nelle storie da me create. A questo motivo principale, però, se ne affiancano altri: il bisogno di intrattenere immergendo il lettore in storie fantasiose, il "need for competence" (bisogno di mettersi alla prova e sentirsi competenti), il "need for achievement" (bisogno di autorealizzarsi e di avere successo), il desiderio di stimolare la riflessione su determinate tematiche socio-politiche, religiose e filosofiche. Non sono un'ipocrita, per cui ammetto anche di desiderare la fama. Ma non una fama vuota e senza merito, bensì una meritata e nutrita di stima.
Insomma, le motivazioni per cui scrivo narrativa sono varie e complesse. Riguardo al "cosa" scrivo, chiaramente mi occupo degli argomenti e dei generi che mi interessano e appassionano. Non credo riuscirei a scrivere qualcosa che non mi piace.

Domanda rivolta agli scrittori e agli aspiranti tali: voi perché scrivete e a chi vi rivolgete?

P.S. la scrittura e il canto sono le mie due grandi passioni, le due cose che danno senso alla mia vita. Ho spiegato perché scrivo, ma non perché canto. Ebbene, il canto è lo sfogo del mio cuore: mi aiutare a tirar fuori emozioni e sentimenti che altrimenti mi logorerebbero interiormente. Io ho bisogno di cantare, tant'è che quando ho mal di gola divento intrattabile.

10 commenti:

Tambo ha detto...

Concordo sulla terza categoria, ne faccio parte anch'io.

Maurizio Vicedomini ha detto...

Io non ho una risposta precisa. Più che un "et...et" il mio è un "antequam...postquam" :P Quando mi siedo al pc per scrivere lo faccio esclusivamente per me. Il lettore non c'è nemmeno lontanamente. L'unico lettore di cui m'importa sono io.

Finito il libro, allora - e solo allora - cerco un "pubblico" per farlo leggere. Perché? Non lo so. Forse per vanità, chi può dirlo?
In coscienza, però, credo che sia perché è il senso delle cose. Un libro non ha senso di esistere se non viene letto, come un dipinto osservato, una melodia ascoltata. Credo sia per questo che cerco la pubblicazione e la cercherò ancora: è come dare un motivo di esistenza all'opera che ho creato. Scrivere e tenerla nel cassetto ne annullerebbe il valore, qualunque esso sia :)

Michael R ha detto...

Grande articolo! Bravo Michele, come sempre del resto ;)
Io ribadisco sempre lo stesso concetto in modo più terra terra: se pubblichi ad un prezzo, fornendo quindi un bene/servizio in cambio di corrispettivo denaro, non puoi trascendere dal lettore. Se invece metti a disposizione la tua opera in modo gratuito (o magari dietro un'offerta per scopi di beneficenza ad esempio) allora scrivi pure quello che vuoi.

Frahorus ha detto...

Scrivo perché ne sento l'esigenza, e perché adoro narrare storie!

Serena Myriam Barbacetto ha detto...

Ottimo articolo, Michele.
La mia opinione al riguardo l'ho già espressa su Labor limae: se una storia non appassiona in primis chi la scrive, è difficile che riesca ad appassionare i lettori.
Talvolta qualcuno mi chiede per quale motivo abbia dedicato tanti anni di lavoro a una saga, e con quale scopo. Mettendo da parte la questione della documentazione, che ha richiesto molto tempo e lavoro, direi di poter attribuire tranquillamente "la colpa" ai personaggi: mi hanno tenuta in ostaggio per anni, e ancora non mollano la presa. Non è la storia a muoverli, sono loro a muovere la storia. Non sono pedine su una scacchiera, sono la scacchiera stessa, le regole della partita, la confezione del gioco e persino il negozio in cui il gioco è stato comprato.
Nel corso del tempo hanno imparato a reggersi in piedi sulle proprie gambe e a raccontarmi da soli le proprie vicende; sono diventati quasi dei vecchi amici di famiglia, peraltro appartenenti a quella rara categoria di persone in grado di stupirti e coglierti alla sprovvista anche quando sei convinto di conoscerle alla perfezione.
Più che personaggi, ormai sono persone, nella mia mente, con la propria dignità, la propria autonomia decisionale, forse persino il proprio libero arbitrio: per questo dò a loro la colpa d'avermi tenuta in ostaggio per tutto questo tempo.
Quando invece cerco d'immaginarmi un lettore "ideale" in grado di tener testa a questi indisciplinati e imprevedibili soggetti di cui la stessa autrice è caduta vittima, mi torna in mente una citazione di Nietzsche: “Se mi faccio un quadro del lettore perfetto, ne esce sempre un mostro di coraggio e curiosità, con in più qualcosa di malleabile, di astuto, di attento, un avventuriero e un esploratore nato."

Aniello Troiano ha detto...

Bel post, Michele.

Io ho iniziato a scrivere perché sono sempre stato assillato da personaggi, scene, a volte intere storie che mi passavano per la testa. Da piccolo finivo per starmene da solo e raccontarmele mentalmente, o per "rappresentarle" a me stesso con i giocattoli (età: fino agli 8).

Dagli otto anni poi ho iniziato a leggere romanzi da solo, il ché ha "aggravato" la situazione.

A ciò bisogna aggiungere una discreta abilità nei temi scolastici, anche se piuttosto incostante (se la traccia mi annoiava, a esempio.)

A 15 anni, poi, la svolta: un primo tentativo di scrittura, un romanzo. Risultato: poche pagine e poi il senso opprimente di non poterci riuscire.

A un mese dai diciannove anni, per caso, ci riprovo. Sono assillato da un'idea: la scrivo e riesco a realizzare un intero racconto. In più, la storia mi piace davvero, anche a distanza di giorni. Siamo nel novembre 2010, ed è come se avessi stappato la vena scrittoria: inizio a scrivere sempre, storie su storie, e da allora non ho più smesso.

Da novembre 2010, che per me rappresenta la data di inizio della scrittura vissuta come impegno serio, ho passato varie fasi, ma la mia natura è sempre stata la 3, per me e per essere letto.
A un certo punto, convinto di non poter pubblicare, sono diventato un quasi 1. Poi, ossessionato dall'idea di pubblicare, un quasi 2. Oggi, che molte cose mi si sono chiarite, sono ritornato a essere un 3 felice e convinto, in piena fase di studio della narrazione e tentativo di individuazione e superamento dei propri limiti.

Federico Russo "Taotor" ha detto...

Io sono della stessa opinione di Joe Lansdale. E' giusto scrivere per sé, con l'obiettivo quindi di scrivere qualcosa di "genuino", e pubblicare pensando poi ai lettori.
Scrivere è un gioco, alla fine: puoi creare storie con i giocattoli, da bambino, poi cresci e le metti su carta. Nel momento in cui giochi pensi al tuo divertimento, ed è la cosa più importante. In seguito, se si vuole pubblicare, non si può trascurare il pubblico. Di conseguenza, a mio avviso, la revisione si attua nel rispetto del lettore, la prima stesura invece per puro divertimento personale.
Inutile dire che chiunque scriva generalmente coniuga le due cose fin da subito, giungendo anche a compromessi (per esempio evitare le incoerenze e mantenere la credibilità facendo sì che le scene si sviluppino naturalmente, evitando quindi di farsi trasportare eccessivamente dall'ispirazione "maniacale", della serie "voglio scrivere questa scena a tutti i costi, quindi al diavolo tutte le incongruenze che seguiranno").

M. G. Prometheus ha detto...

"Un libro non ha senso di esistere se non viene letto, come un dipinto osservato, una melodia ascoltata. Credo sia per questo che cerco la pubblicazione e la cercherò ancora: è come dare un motivo di esistenza all'opera che ho creato. Scrivere e tenerla nel cassetto ne annullerebbe il valore, qualunque esso sia"

"se pubblichi ad un prezzo, fornendo quindi un bene/servizio in cambio di corrispettivo denaro, non puoi trascendere dal lettore. Se invece metti a disposizione la tua opera in modo gratuito (o magari dietro un'offerta per scopi di beneficenza ad esempio) allora scrivi pure quello che vuoi."

"se una storia non appassiona in primis chi la scrive, è difficile che riesca ad appassionare i lettori."

Concordo con tutto ciò!

"Non è la storia a muoverli, sono loro a muovere la storia. Non sono pedine su una scacchiera, sono la scacchiera stessa, le regole della partita, la confezione del gioco e persino il negozio in cui il gioco è stato comprato": be', questo dovrebbe essere normale per uno scrittore competente. L'autore deve creare i personaggi così bene da renderli "reali" e padroni dalla propria storia.

Taotor, concordo con l'ultima parte del tuo discorso. ;)

Aislinn ha detto...

Il post che ti avevo promesso ;-) http://aislinndreams.blogspot.it/2013/04/where-lies-wonder.html

M. G. Prometheus ha detto...

Aislinn, lo avevo già visto, solo che non ho avuto il tempo di leggerlo. Scusa. >.< Appena possibile leggo e commento. ;)

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