Dolendo novit mortalis vitam


Dolendo discit mori mortalis

giovedì 19 marzo 2015

Holes In Your Coffin

Stavo guardando "L'Aria Che Tira" su La7 e, durante un servizio sulle distruzioni di opere d'arte da parte dell'ISIS, mi sono sentito fisicamente male e stavo per mettermi a piangere.
Io non ho una grande fiducia nel genere umano, ma i prodotti culturali posteriormente chiamarti Arte siano forse l'unica vera cosa positiva fatta dalla nostra specie. 
L'uomo realizza la sua forza creatrice tramite le varie forme dell'arte (musica, letteratura, scultura, pittura, architettura...). Grazie a ciò, l'uomo diventa una piccola divinità, quindi distruggere opere d'arte è un atto blasfemo. E non parlo di blasfemia contro un dio astratto e inesistente, ma contro una delle pochissime qualità reali del genere umano. 
Stiamo distruggendo il nostro pianeta, ci uccidiamo tra di noi, calpestiamo diritti e libertà inalienabili, crediamo a superstizioni religiose demenziali, ma possiamo creare cose meravigliose e abbiamo il dovere di conservarle. L'arte è il nostro testamento, è l'unica cosa che permetterà all'universo di ricordarsi di noi e quindi di dar senso alla nostra esistenza e avvicinarci all'immortalità.
Come se non bastasse, lo Stato Islamico sta distruggendo dei beni archeologici, sicché c'è in ballo anche la nostra memoria. A questo punto cito Eleonora Pescarolo, scrittrice e studentessa di archeologia: "se venisse confermata, ritengo che peggio della distruzione di opere d'arte ci sia solo la distruzione totale dei siti archeologici di Nimrud e Dur Sharrukin. Distruggere con ruspe e altro significa mettere il sito in condizione di non essere più indagato e probabilmente nemmeno ricostruito. Tutto quello che potevamo ricavare in più, magari con nuovi metodi scientifici, è andato definitivamente a quel paese. Non solo hanno annientato (o cercato di annientare) opere d'arte, ma hanno distrutto letteralmente la storia impedendoci di conoscerla. E impedire di conoscere qualcosa è cancellarla per sempre".

So bene che l'ISIS compie certi atti per pura propaganda, tant'è che molte statue distrutte erano in realtà delle copie in gesso, ma la motivazione è secondaria. Non ci può essere alcuna motivazione sensata dietro certi atti anche solamente simbolici, men che meno se a farli è chi viola sistematicamente i diritti umani. E sappiamo bene cosa sta facendo l'IS contro chiunque ne metta in pericolo l'ideologia, da certi musulmani agli omosessuali, dai kurdi agli atei, dagli appartenenti a religioni diverse a chi chiede democrazia e libertà.
"Noi siamo ogni statua, ogni muro di una città antica distrutto dalla furia umana."
[Associazione Nazionale Archeologi]
Ne approfitto per segnalarvi un bellissimo articolo di Graeme Wood, pubblicato originariamente sul "The Atlantic" e ora tradotto in italiano da Alex Grisafi. Nell'articolo in questione viene spiegato cosa è l'ISIS, cosa vuole e perché la sua lotta si rivolge soprattutto contro lo stesso mondo islamico e solo secondariamente verso l'occidente. 
Lo Stato Islamico non è soltanto un novero di psicopatici. È un gruppo religioso con credenze meditate con cura, tra cui la convinzione di avere un ruolo chiave negli eventi come agenti per l’incombente Apocalisse. 
Vi segnalo anche l'ottimo video documentario di VICE sull'ISIS, con tanto di sottotitoli in italiano. 

Chiudo con un pensiero a Phildel, artista di cui ho già parlato. Questa cantautrice ha vissuto l'infanzia sotto la dittatura domestica del patrigno, un fondamentalista islamico che era arrivato a vietare ogni forma di musica in casa sua. Niente radio, niente cd o cassette, niente strumenti musicali, niente canto, niente di niente. Inoltre Phildel veniva maltrattata costantemente, a tal punto da decidere di fuggire di casa appena diciassettenne. 
L'idiozia delle religioni (tutte le religioni) non può cancellare la forza della creatività umana, quindi voglio intitolare questo articolo come una canzone di Phildel scritta contro il patrigno. 

domenica 8 marzo 2015

Recensione: "Ten Love Songs" di Susanne Sundfør

Dopo aver recensito The Brothel e The Silicone Veil, è giunto il momento di parlare di Ten Love Songs, uno degli album pop migliori di sempre.

Susanne Sundfør – Ten Love Songs
- Voto: 91 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Synth pop, Baroque pop, Dance popArt pop, Electropop
- Influenze: Musica elettronicaMusica classica, Soul, Dream pop
- Analisi:
Dopo aver collaborato con gli M83, i Röyksopp e Kleerup, Susanne ha iniziato a essere conosciuta anche fuori dalla Scandinavia: quale momento migliore per produrre un album più accessibile? Si tratta di un esperimento nuovo per la cantante norvegese: il suo modo di fare pop è sempre stato molto sperimentale e complesso, ben distante da quello apprezzato a livello internazionale.
In un'intervista, Susanne ha dichiarato che scrivere Ten Love Songs è stato molto difficile: laddove prima si limitava a riportare idee sul pentagramma senza alcun freno, adesso ha dovuto razionalizzare il processo compositivo come se stesse facendo un puzzle o svolgendo equazioni matematiche. Ma pur volendo essere più pop, Susanne non ha voluto rinunciare allo spessore artistico e ha tentato di tenere insieme obiettivi apparentemente opposti. Si tratta di un'impresa quasi suicida, eppure Susanne ci è riuscita con eclettismo ed eleganza.
Ma quella della cantante norvegese non è solo una sfida personale, ma anche una scelta dettata dal buon senso: usare strutture contorte per una album basato sulle emozioni sarebbe stato controproducente. E a proposito del concept, non fatevi ingannare dal titolo: Ten Love Songs non è il solito album sull'amore, bensì una trattazione personale e non banale sulle sue conseguenze.
Capiamo che aria tira fin da "Darlings", intro in cui la voce di Susanne riesce a colpire al cuore pur avendo solo due minuti e mezzo a disposizione. Viene anche esplicitato l'approccio alle tematiche dell'album, che non è per nulla positivo, e lo strumento principe, ossia l'organo.
"Accelerate" inizia con delle percussioni che fanno venire voglia di ballare. A soddisfare questa richiesta ci pensa un'elettronica dark e sexy che rimanda ai Depeche Mode e agli Eurythmics. L'atmosfera derivata viene accentuata anche dalle vocals ammalianti, da un assolo di organo ispirato alla "Toccata e Fuga in Re minore" di Bach e da un climax tra l'orgasmico e il demoniaco. Insomma, la colonna sonora ideale per un porno diretto da Stanley Kubrick o Dario Argento!
La successiva "Fade Away" inizia ricollegandosi al finale di "Accelerate", cosa che ci fa capire come la tracklist sia stata ben studiata. I due brani viaggiano però su polarità opposte: mentre "Accelerate" ha un'atmosfera oscura marcata dall'assolo di organo, "Fade Away" ha un'atmosfera luminosa marcata dall'assolo di tastiera. Le melodie vocali entrano subito in testa e trasmettono un'allegria quasi hippie nonostante un tema non proprio positivo, cosa che ci fa capire perché "Fade Away" sia stata scelta come primo singolo.
Cambiamo registro con "Silencer", una ballad le cui linee vocali  ricercate, sorrette dalla chitarra acustica e dagli archi, rendono benissimo la poesia del testo. Ciliegina sulla torta: il finale dream pop è da applausi.
Anche "Kamikaze" sembra iniziare come una ballad, stavolta all'organo, ma presto si trasforma in un dei brani dance più raffinati che abbiate mai ascoltato. Tra beat, sfuriate elettroniche simil-trance e melodie vocali ispirate, il brano fa ballare e cantare fino a un colpo di gong. Pensate che sia il finale? Vi sbagliate: a chiudere ci pensa un assolo di clavicembalo dal sapore settecentesco. Che trovata geniale!
Ed eccoci arrivati al perno attorno a cui ruota l'album: i dieci minuti di "Memorial". Il brano inizia come un lento sostenuto dall'organo, dalle tastiere e da interventi di chitarra acustica e archi. Le melodie vocali,emozionanti e un po' ottantiane, trovano il loro culmine in un ritornello che fa sublimare il cuore degli ascoltatori. Ma quando la scalata verso le stelle sembra irrefrenabile, il pianoforte e gli archi prendono il sopravvento e trasformano il brano nella colonna sonora di un amore leggendario. L'orchestra da camera genera un saliscendi emotivo dal potere mitopoietico. Poi, al ritorno della voce, la vostra anima esploderà e infine morirà lentamente. Dopo aver ascoltato "Memorial", sentirete un senso di vuoto e insieme di pace, come se Susanne avesse strappato via un pezzo di voi. Ma non è una scusa per fermarsi con l'ascolto, perché Ten Love Songs riserva ancora delle sorprese.
Con un crescendo simil-THX, ci immergiamo nel singolo "Delirious", che rilegge in chiave dance anni '80 certe ispirazioni di The Silicone Veil. Le linee vocali sono dirette e potenti, in contrasto con una base spesso dissonante di elettronica e archi. Poi il messaggio viene ulteriormente rimarcato da un'orgia di sovraincisioni e controcanti dissonanti. Piccola parentesi: pretendo il remix di Richard X in discoteca!
Ritorniamo su binari più rassicuranti con "Slowly", brano prodotto insieme ai Röyksopp e che propone una versione perfezionata dello "Scandi-synthpop". Non potrete fare altro che cantarne le immediate melodie e ballare abbracciati a qualcuno. In questo stato di trance, la leggera ripetitività del brano non dà alcun fastidio, ma anzi contribuisce a ipnotizzare.
Purtroppo, però, lo stesso effetto non riesce a darlo "Trust Me". Infatti, l'arrangiamento all'organo è fin troppo scarno per riuscire a sostenere il peso di una melodia vocale così drammatica. Il risultato è comunque pregevole e ricco di pathos, ma non ha la scorrevolezza di alcune ballad simili ascoltate in The Brothel.
L'album si chiude con un colpo di scena chiamato "Insects". Questo è un tripudio di sperimentazioni elettroniche vicine alla techno, di percussioni tribali e di suadenti vocals lasciate in secondo piano. Ne deriva un'atmosfera carnale e perversa, quasi sadomaso, che non stonerebbe in The Silicone Veil.
Tirando le somme, l'equilibrista 
Susanne Sundfør ha creato un album accessibile e di facile presa, ma anche in grado di stupire con soluzioni ardite e richiami colti. Le strutture dei brani sono diventate più semplici, le melodie sono state accentuate e i testi sono diventati più diretti, ma non sono cambiate né la qualità né la voglia di sperimentare. D'altra parte, se Susanne avesse continuato a fare l'artista tormentata, avrebbe rischiato di ripetersi. Per non impantanarsi, ha quindi preferito rinfrescare il proprio sound, portarlo su nuovi lidi senza per questo rinnegare il passato. Il risultato è Ten Love Songs, un album meno sperimentale ed elettronico dei precedenti, ma che si merita di entrare nella storia del pop. Chapeau, Susanne!
- Classifica delle tracce:
  1. "Memorial"
  2. "Accelerate"
  3. "Delirious"
  4. "Kamikaze"
  5. "Silencer"
  6. "Insects"
  7. "Slowly"
  8. "Darlings"
  9. "Fade Away" 
  10. "Trust Me"

venerdì 6 marzo 2015

Recensioni: "The Brothel" e "The Silicone Veil" di Susanne Sundfør

Dopo aver introdotto Susanne Sundfør, passo ora a recensire The Brothel e The Silicone Veil, accennando anche a ciò che la cantante norvegese ha fatto tra i due album e subito dopo. Domenica, invece, pubblicherò la recensione del suo ultimo album, Ten Love Songs.
Data la complessità della proposta di Susanne, penso che i suoi lavori meritino delle analisi track-by-track. Iniziamo!


The Brothel by Susanne SundforSusanne Sundfør The Brothel
- Voto: 91 su 100
- Anno: 2010
- Genere: Art pop, Dream popBaroque pop, Synth pop
- Influenze: Musica elettronica, Musica classica, Jazz, Musica sperimentale
- Analisi:
The Brothel è un album molto sperimentale, ma anche un po' acerbo, forse per via di una produzione non sempre all'altezza. Un'elettronica spesso inquietante si fonde con parti orchestrali e i synth si alternano con gli archi, senza però rinunciare a qualche passaggio acustico. Le linee vocali alternano melodia e caos apparente, seguendo ritmiche contorte e strutture labirintiche. È difficile definire un album del genere: un ibrido di baroque pop, electropop e dream pop? Ed è pop o musica colta? Il confine stavolta è davvero sottile, ma ciò non ha impedito a Susanne di diventare una superstar in terra natia: The Brothel è rimasto trentuno settimane consecutive nella Top40 degli album più venduti in Norvegia, di cui quattro settimane in prima posizione.
L'album si apre con la title-track, una malinconica ballata dream pop che va dritta all'anima. Il testo a una prima lettura narra la vita rassegnata di una prostituta, ma alcune metafore sembrano riferirsi anche a una dimensione più simbolica. Fanno seguito gli arrangiamenti elettronici spericolati di  "Lilith", che curiosamente si lascia andare a una coda acustica. Proseguiamo attraverso l'atmosfera inquietante di "Black Widow" e arriviamo al Capolavoro "It's All Gone Tomorrow"Questa si apre con degli archi che lasciano trasparire l'amore di Susanne per la musica classica, ma presto si aggiungono le pulsazioni frenetiche e l'elettronica. Il ritornello è melodico, in contrasto con una base a tratti dissonante e caotica che si chiude riprendendo gli archi iniziali. Penso sia il brano migliore mai scritto da Susanne. 
Anche "Knight of Noir" è un bel brano: un lento ricco di pathos e scandito da pianoforte, timpani e archi. Proseguiamo verso un'altra perla: "Turkish Delight", in bilico tra orchestra e suoni sintetici, ci regala non pochi brividi anche grazie a delle linee vocali tra soul e jazz. Fa seguito "As I Walked Out One Evening", un brano strumentale che potrebbe essere la colonna sonora di un thriller psicologico."O Master" parte come ballad al piano, ma viene poi terremotata da suoni sintetici e percussioni marziali fino ad arrivare a un finale scandito da vocalizzi da sirena. Invece "Lullaby" è una ninna nanna da non far sentire ai bambini, ma è difficile non amare le sue melodie tormentate e la sua elettronica un po' "röyksoppiana".
Chiude l'album "Father Father", una struggente preghiera dai toni così solenni da sembrare ecclesiastici. Non a caso il testo usa metafore religiose per descrivere stati d'animo "laici", in un unione tra sacro e profano ben più poetica di quelle tipiche di Madonna.
Insomma, la qualità è quasi sempre ad alti livelli e non ci sono filler, anche se tra i brani migliori e quelli peggiori c'è una netta differenza. Il songwriting sperimentale, però, talvolta rischia di perdersi in voli pindarici fuori controllo, pur non arrivando a superare il limite. Una produzione più pulita avrebbe sgrezzato questo diamante, ma già così siamo vicini alla perfezione.
- Classifica delle tracce:
  1. "It's All Gone Tomorrow"
  2. "The Brothel"
  3. "Turkish Delight"
  4. "Lilith"
  5. "Lullaby"
  6. "Knight of Noir"
  7. "O Master"
  8. "As I Walked Out One Evening"
  9. "Father Father"
  10. "Black Widow"

Nel 2011 a Susanne è stato chiesto di comporre della musica in occasione della venticinquesima edizione dell'Oslo Jazz Festival. E così, dopo essersi ubriacata in una stanza d'hotel, ha composto in una sola notte A Night at Salle Pleyel, album strumentale che si destreggia tra elettronica, jazz e sperimentazione colta. Le idee iniziali sono state poi limate con una squadra di tastieristi, registrate e, oltre che nella versione iTunes, sono state messe in vendita seicento copie in vinile. Inutile dire che vi consiglio di ascoltare A Night at Salle Pleyel
Passato un altro anno, arriva il nuovo album con Susanne al microfono.

The Silicone Veil by Susanne SundforSusanne Sundfør – The Silicone Veil
- Voto: 93 su 100
- Anno: 2012
- Genere: Art popDream popElectropop, Baroque pop, Synth pop
- Influenze: Musica elettronica, Musica classica, Jazz, Musica sperimentale
- Analisi:
The Silicone Veil riprende il discorso lasciato con The Brothel, ma lo valorizza con una produzione cristallina e con un forte accento sull'elettronica. Anche in questo caso, il successo commerciale nella terra natia non è tardato ad arrivare: l'album è rimasto per trentuno settimane consecutive nella Top40 degli album più venduti in Norvegia, toccando più volte la prima posizione.
The Silicone Veil si apre con "Diamonds", che prima cattura con una parte a cappella e poi esplode in un'orgia "björkiana" di suoni elettronici e percussioni. Dopo un climax di sovraincisioni vocali, la chiusura del brano viene affidata all'arpa. 
Un metronomo ci introduce al primo singolo estratto dall'album, "White Foxes". Si tratta di un brano sintetico che, tra qualche nota al pianoforte, delle pulsazioni cadenzate e un'elettronica usata in modo molto intelligente, non può che stupire l'ascoltatore. "White Foxes" ha una struttura semplice e accessibile, ma non rinuncia a un testo molto poetico e di difficile interpretazione. Le linee vocali, seppur ricche di agilità e arzigogoli, sono molto melodiche ed entrano facilmente in testa. Infine, una menzione particolare va al video: alienante come pochi.
Un'introduzione ansiogena e dissonante ci immerge nell'atmosfera di "Rome". Un po' sognante e po' da incubo, questa canzone è un arazzo di emozioni contrastanti tessuto dalla voce di Susanne, dai sintetizzatori e dagli studiatissimi interventi degli archi. 
Dopo essere riemersi dalle ceneri di Roma, ci rilassiamo con "Can You Feel the Thunder", che dietro la leggiadria di una piuma nasconde il bacio della morte. Segue l'interludio orchestrale "Meditation In An Emergency", che ci porta al terzo singolo estratto, "Among Us". Come da copione, il videoclip è molto "malato", ma stavolta si sposa perfettamente con l'atmosfera del brano. Infatti, questo è caratterizzato da suoni psichedelici e perversi generati da sintetizzatori, basso e archi. Gli insistenti controcanti possono risultare fastidiosi, ma sono funzionali a una narrazione corale che trova il suo apice nella funambolica chiusura. 
Il rilassante suono dell'arpa schiude il secondo singolo estratto, "The Silicone Veil", ma con l'arrivo della voce le vostre sensazioni sono destinate a cambiare. Infatti le melodie vocali sono un viscido lamento, una droga che scorre lenta nelle vene e arriva al cuore con un'esplosione di vocalizzi antigravitazionali. Il "sense of wonder" è ad alti livelli, sostenuto da un geniale uso dell'elettronica. Inoltre, come per "White Foxes", anche in questo caso a una struttura semplice e diretta corrisponde un testo molto poetico e criptico. E come gli altri singoli, anche "The Silicone Veil" dispone di un videoclip disturbante. 
Riprendiamo l'avanzata con "When", una ballad al piano che purtroppo non riesce a brillare neppure grazie all'organo, all'arpa e ai tocchi elettronici. Invece "Stop (Don't Push the Button)" sembra riprendere la struttura di "It's All Gone Tomorrow": sintetizzatori e percussioni preceduti da un'introduzione orchestrale. Le somiglianze, però, finiscono qui; infatti l'orchestra sparisce dopo meno di un minuto, sostituita da suoni tra l'alieno e il subacqueo e poi da sferzate elettroniche molto moderne. A questo punto le redini del brano vengono prese dalla voce che, su un tappeto sintetico impreziosito dal clavicembalo, tesse melodie dal sapore orientale. Complice anche la pioggia di controcanti, il risultato non è immediatissimo e richiede molti ascolti per essere capito. Anzi, a dirla tutta, questa è una caratteristica di buona parte dell'album.
Chiude la tracklist "Your Prelude", brano che avvolge l'ascoltatore in una tempesta di suoni elettronici dall'effetto quasi allucinogeno. Ciliegina sulla torta: l'assolo di pianoforte.
Tirando le somme, The Silicone Veil dimostra la maturità artistica raggiunta da Susanne Sundfør snocciolando brani di altissimo livello. 
- Classifica delle tracce:
  1. "The Silicone Veil"
  2. "Rome"
  3. "White Foxes"
  4. "Diamonds"
  5. "Stop (Don't Push the Button)"
  6. "Meditation In An Emergency"
  7. "Can You Feel The Thunder"
  8. "Among Us"
  9. "Your Prelude"
  10. "When"

Il successo di The Silicone Veil ha permesso a Susanne di collaborare con gli M83 nella meravigliosa "Oblivion", colonna sonora dell'omonimo film con Tom Cruise, e poi in due brani dell'album The Inevitable End dei Röyksopp (l'emozionante "Running to the Sea" e la futuristica "Save Me") e in "Let Me In" di Kleerup.
Gli M83 e i Röyksopp hanno poi ricambiato il favore collaborando in due brani dell'ultimo album di Susanne, Ten Love Songs, che recensirò domenica. Stay tuned!

mercoledì 4 marzo 2015

Susanne Sundfør, l'anima musicale del nord

È il 19 marzo 1986 e nessuno poteva immaginare che a Haugesund, città nel sudovest della Norvegia, stesse nascendo una futura stella della musica. Susanne Sundfør cresce così in un paese in un paese dalla grande cultura musicale e dalla grande apertura mentale, un paese che conosce bene la musica classica così come il metal (black e gothic in primis) e il pop da classifica.

A dodici anni, Susanne inizia ad interessarsi di canto e musica. Col tempo svilupperà una voce chiara, estesa, acuta e agilissima, capace di virtuosismi spericolati così come di un'espressività notevole. Alcuni potrebbero trovare fastidioso il suo timbro così "siderale", ma altri potrebbero amarlo. Va anche detto che Susanne scrive i propri testi, arrangia, orchestra, produce e suona vari strumenti (pianoforte in primis).

Caratterialmente, ad alcuni può sembrare arrogante, ma in realtà è solo molto sincera e preferisce dire ciò che pensa anziché leccare i piedi o idolatrare le "divinità moderne". Ad esempio, non ha mai fatto mistero di offendersi quando viene paragonata a Kate Bush in quanto la trova molto sopravvalutata. Altri artisti a cui viene talvolta paragonata sono Björk, Lana del Rey, Carly Simon, Tori Amos, Ane Brun, gli M83, i Cocteau Twins, i Röyksopp, i Delerium, Kim Wilde, Aphex Twin, Madonna, Sia, Florence & The Machine e i The Knife. In verità, però, la musica di Susanne è molto originale e personale, per cui quasi tutti i paragoni risultano forzatissimi.
Sul palco, Susanne è timida e introversa, molto influenzata dal concetto di Janteloven.

Susanne Sundfør pubblica il suo album d'esordio eponimo nel 2007, proponendo un folk pop acustico. Viene subito notata dalla EMI che la mette sotto contratto e la affianca a Lars Horntveth dei Jaga Jazzist.
Nel 2008 esce Take One, versione live di Susanne Sundfør, ma la svolta arriverà due anni dopo grazie a un personalissimo mix di musica elettronica, orchestra e pop dalle atmosfere oniriche e dai tocchi jazz.

Se questa introduzione vi ha incuriosito, vi avverto che venerdì pubblicherò la doppia recensione di The Brothel (2010) e The Silicone Veil (2012), senza dimenticare ciò che sta in mezzo e subito dopo. Domenica, invece, pubblicherò la recensione di Ten Love Songs, album uscito lo scorso mese. Stay tuned!

lunedì 2 marzo 2015

Pagelle Musicali: 2014 (seconda parte) - Paradiso

Con tre mesi di ritardo, ma alla fine ce l'ho fatta. Ero con l'acqua alla gola per l'università, sorry.
  • Amaranthe – Massive Addictive
    - Voto: 84 su 100
    - Genere: Pop metal, ElectronicoreIndustrial metal, Dance metal
    - Influenze: Power metal, Electronic Dance Music, Metalcore, Pop, Hip hop
    Commento: Dopo l'album d'esordio eponimo, gli Amaranthe sembravano aver perso l'ispirazione: The Nexus non solo si limitava a ripetere le formule di Amaranthe, ma lo faceva in modo scialbo, privo di mordente e di melodie interessanti. L'unione di energia metal e melodia pop è già diventata obsoleta? La risposta è arrivata con Massive Addicted ed è un secco no.
    Di base la formula è sempre quella, non c'è stata alcuna rivoluzione. Però si sente un'evoluzione verso una strada ben precisa, ossia quella dell'estremizzazione delle componenti pop e dance a scapito di quelle metal. Molti puristi hanno storto il naso solo all'idea, ma è chiaro che non sono loro il pubblico degli Amaranthe.
    La band svedese, de facto gli "ABBA del metal", ha ritrovato l'ispirazione per le linee vocali, che riescono a essere spacca-cervello persino più di quelle del primo album. A sorreggerle ci pensano una spiccata componente elettronica e dei ritmi sincopati e molto ballabili. E il metal? C'è ancora, ma in quantità minore e usato in modo più intelligente e funzionale alle canzoni. Anziché voler essere metal a tutti i costi e insieme pop a tutti i costi, gli Amaranthe hanno capito che gli elementi vanno bilanciati tra di loro. Ci sono delle eccezioni: "An Ordinary Abnormality" da un lato spicca per aggressività, ma dall'altro sembra "né carne né pesce". All'esatto opposto troviamo "Trinity", una mid-tempo dalle melodie coinvolgenti, ma un po' priva di mordente.
    Per quanto riguarda il resto dell'album, abbiamo brani molto catchy resi più interessanti dalle componenti metal ("Drop Dead Cynical"  e "Digital World" su tutte) e dall'altro brani metal resi più accattivanti dall'attenzione alla melodia ("Skyline" e "Dynamite" su tutte). C'è anche spazio per due ballad ("True" e "Over and Done") e per due novità (le strofe di "Danger Zone" sono rappate in growl, "Exhale" ha ottime melodie inserite in un contesto più "classico").
    A margine, però, mi tocca segnalare due difetti: le strutture eccessivamente semplificate rischiano di risultare prevedibili e le voci sono fastidiosamente iper-prodotte.
    - Canzoni migliori: "Digital World", "Drop Dead Cynical", "True" ed "Exhale".
  • Aphex Twin – Syro
    - Voto: 78 su 100
    - Genere: Musica elettronica, Intelligent Dance Music
    - Commento: Come da copione, la genialità
     è innegabile, ma stavolta si ha una fastidiosa sensazione di già sentito. Syro è un buon album, ma non aggiunge nulla a quanto mostrato fino ad ora da James. 
  • At The Gates – At War With Reality
    - Voto: 68 su 100
    - Genere: Melodic death metal
  • Banks – Goddess
    - Voto: 74 su 100
    - Genere: Alternative pop, R'n'B, Synth popTrip hop
    - Influenze: Musica elettronica, Pop acustico
  • Beyond Creation – Earthborn Evolution
    - Voto: 75 su 100
    - Genere: Progressive death metal, Technical death metal
  • Brooke Fraser – Brutal Romantic 
    - Voto: 77 su 100
    - Genere: Alternative pop, Synth pop
  • Evergrey – Hymns for the Broken
    - Voto: 80 su 100
    - Genere: Progressive metal
    - Influenze: Gothic metal, Thrash metal, Musica elettronica (tracce)
  • HDK – Serenades of the Netherworld
    - Voto: 83 su 100
    - Genere: Progressive metal, Thrash metal, Melodic death metal
    - Influenze: Symphonic metal, Musica elettronica (tracce)
    - Commento: Gli HDK (Hate, Death, Kill) nacquero nel 2005 dalla mente di Sander Gommans, chitarrista e growler degli After Forever. Il primo album, System Overload, vide la luce nel 2009, dopo un periodo molto turbolento per Sander: superati vari problemi di salute, lo scioglimento della sua band storica e un esaurimento mentale, il chitarrista olandese volle riversare in musica il suo dolore. Il risultato fu un ibrido tra death, thrash e prog forse troppo caotico e disordinato.
    Passano gli anni e Sander non solo trova la serenità, ma anche l'amore: nel 2014 si è sposato con Amanda Somerville, che ora è in dolce attesa. Poteva l'unione con la cantante statunitense non dare frutti musicali? Ed è così che è stato ripreso il progetto HDK, stavolta in modo più studiato. L'obiettivo è quello di riprendere in mano l'eredità degli After Forever e quindi, pur rimanendo forte l'impronta death/thrash, il growl viene ridotto per quantità, si dà più spazio alle voci pulite, le parti prog si fanno più ragionate, spuntano influenze symphonic più o meno marcate e perfino qualche tocco elettronico.
    Serenades of the Netherworld si destreggia tra canzoni violente e altre tranquille, riuscendo a essere vario senza perdere il filo conduttore e, soprattutto, mantenendo sempre alta la qualità. C'è però un grosso difetto: Geert Kroes ha una voce brutta e cliché. E la cosa grave è che toglie spazio alla splendida Amanda, qui autrice di una prova maiuscola, forse la migliore della sua carriera. Sander, perché hai relegato Amanda in un angolino facendola cantare meno di Geert?
    Infine, va detto che se da un lato che è vero che la qualità si mantiene alta, dall'altro è innegabile l'assenza di capolavori.
    - Canzoni migliori: "Omega", "Serenade of the Netherword", "Mortal Zombie", "Let Life Be Done" "Eternal Journey"
  • iamamiwhoami – Blue
    - Voto: 80 su 100
    - Genere: Musica elettronica, Synth pop, Dream pop, Ambient
    - Influenze: Dance
  • Ne Obliviscaris – Citadel
    - Voto: 92 su 100
    - Genere: Progressive death metal, Progressive metal
    - Influenze: Avantgarde metal, Black metal, Jazz fusion, DjentFlamenco
  • Röyksopp  The Inevitable End
    - Voto: 78 su 100
    - Genere: Musica elettronica, Dance, ElectropopDowntempo 
    - Influenze: Ambient, Synth pop
    - Canzoni migliori: "Running to the Sea", "Save Me" "I Had This Thing".
  • While Heaven Wept  Suspended at Aphelion
    - Voto: 85 su 100
    - Genere: Progressive metal, Power metal
    - Influenze: Symphonic metal

sabato 21 febbraio 2015

Il New Weird non esiste

Prima da una discussione sul gruppo Facebook "Manoscritti fantasy nel cassetto" e poi parlando in chat con Marco Carrara, mi sono reso conto di dover specificare alcune cose riguardo al perché parlo di New Weird. Per capire di cosa sto parlando, vi consiglio di leggere i due articoli precedenti, ossia questo e questo

Partiamo da un presupposto: il New Weird non esiste in quanto la sua definizione è perfettamente compatibile con quella del Science fantasy: fantasy con influenze fantascientifiche. A ciò, però, il New Weird aggiunge due regole: bisogna curare molto la verosimiglianza e bisogna "abbandonarsi al bizzarro". Analizziamole.
L'invito alla verosimiglianza dovrebbe valere per tutto il fantasy e in generale per tutta la narrativa fantastica. È vero che nel New Weird diventa una regola perentoria, ma ciò non vuol dire nulla: la qualità non definisce i generi letterari.
Un discorso simile si può fare per l'"abbandonarsi al bizzarro". Poiché le opere NW risultano meno estreme di quelle Bizarro fiction, possiamo dedurre che l'invito non sia da interpretare come un forzare la mano sulle bizzarrie. O meglio, è indubbio che gli autori NW usino spesso creature e ambientazioni strane, ma il gusto per le stranezze non è tale da giustificare la nascita di un genere. Semplicemente abbiamo a che fare con elementi originali, ma così facendo torniamo al discorso di prima: la qualità non definisce i generi. Sicché al massimo, possiamo parlare di un movimento o di una corrente letteraria dedita al "Fantasy anti-tolkieniano", al "Fantasy revisionista" o, più concretamente, al cercare le vere radici del genere. Faccio una parentesi su quest'ultimo punto: la radice del Fantasy è la fantasia. Scandalo! Sacrilegio! Orrore! E ora vi dirò un'altra cosa sconvolgente: la fantasia si nutre di originalità. O forse voi credete che ripetere cliché e soluzioni banali richieda fantasia? Con ciò non voglio dire che tutti i bravi scrittori fantasy debbano per forza essere rivoluzionari, ma per lo meno dovrebbero avere un minimo di originalità e personalità artistica. Non mi sembra di pretendere troppo. 

Riassumendo, il New Weird non esiste perché la sua è una non-definizione, quindi non c'è da stupirsi se molte opere rappresentative siano inseribili nell'ambito Science fantasy (Steamfantasy, Dieselfantasy...).
Il discorso cambia per un altro genere nato recentemente, ossia la Bizarro fiction. Questa impone tre o più elementi fantastici dalle caratteristiche assurde e grottesche, il che giustifica la nuova tassonomia. Ma mentre la Bizarro fiction è nata in modo genuino, il New Weird non era altro che un'operazione commerciale; infatti VanderMeer c'ha infilato un po' di tutto, spesso sfumando il confine con la Bizarro fiction. A tal proposito, qualcuno potrebbe obiettare che quest'ultima sia farsesca laddove il New Weird sia serio, ma non è sempre vero e quindi si tratta di caratteristiche accidentali.
A questo punto penserete che io voglia identificare il New Weird (e quindi il Science fantasy) con la Bizarro fiction, ma non è così: penso siano generi ben distinti e separati. Le motivazioni di ciò, però, vanno ricercate in due fattori. Il primo riguarda il 
gusto per l'assurdo e il grottesco portato alle estreme conseguenze, che è tipico della Bizarro fiction e non del New Weird. Il secondo fattore di distinzione tra i generi, invece, riguarda il background di riferimento: laddove il New Weird è fantasy, la Bizarro fiction trascende di più i generi e quindi va classificata romanzo per romanzo (alcuni sono più fantasy, altri più horror e altri, la maggioranza, più fantascientifici). 

Ma allora perché mi ostino a promuovere il New Weird? Per ciò che rappresenta.
New Weird è una definizione interessante di come ogni Fantasy dovrebbe essere, è un'aspirazione qualitativa di originalità, verosimiglianza, coerenza, ricchezza e personalità. 
Io provo a diffondere il New Weird per invitare a guardare avanti e a non accontentarsi del seminato. Giacché il Fantasy lascia carta bianca su molte cose, perché sprecare quest'occasione imponendosi paletti superflui? Perché guidare una Ferrari in giardino e a 30 km/h? Perché limitarsi a riscaldare la solita minestra? Per codardia, per pigrizia o per incompetenza? Ovviamente nulla vieta di arroccarsi su posizioni tradizionaliste e conservatrici, ma almeno sarebbe auspicabile farlo con cognizione di causa. E ovviamente, ribadisco, non intendo promuovere esclusivamente le soluzioni rivoluzionarie: tra andare a 30 km/h e andare a 250 km/h ci delle vie di mezzo, si tratta solo di capire quale dovrebbe essere il limite minimo.
Un discorso simile vale per i lettori, a cui voglio far capire che il Fantasy non si esaurisce in quello così detto "classico". 

P.S. ho usato la metafora dei limiti di velocità, ma era funzionale a indicare quanto fosse uno spreco sottoutilizzare il fantasy. Se invece parliamo di limiti massimi, bisogna considerare le proprie capacità: se non si spicca per lucidità e riflessi, spingere troppo sull'acceleratore può essere fatale. Uno scrittore competente e con pretese di professionalità dovrebbe conoscere sia le proprie potenzialità sia i propri limiti e, conseguentemente, dovrebbe scegliere i generi più adatti a lui. Ovviamente, non intendo fare una classifica assoluta per difficoltà: ogni genere necessita di competenze diverse, quindi bisogna considerare i fattori specifici in ballo. Infine, preciso di ritenere stupido mettere in relazione il prestigio di un genere con la sua presunta difficoltà secondo il fattore X o il fattore Y. 

mercoledì 18 febbraio 2015

Pagelle Musicali: 2014 (seconda parte) - Purgatorio

  • Jessie J – Sweet Talker 
    - Voto: 60 su 100
    - Genere: R&B, Pop, Urban
    - Influenze: Pop rock, Hip hop
    Dopo il sonoro flop di Alive, Jessie J non sapeva che pesci prendere. Con Sweet Talker, l'intento evidente era di proporre qualcosa di molto vendibile, ma la strategia ha portato al secondo flop sia commerciale sia qualitativo. 
    Il primo singolo, "Bang Bang", propone un pop allegro, divertente e caciarone assieme ad Ariana Grande e Nicki Minaj. Sulla stessa scia c'è "Strip" che, pur mettendo di buon umore, è banale e manca dell'appeal di una "Domino".
    Anche
    "Masterpiece" non brilla per originalità, ma si salva grazie al ritornello e ai violoncelli nelle strofe. E a proposito di archi, vogliamo parlare di "Fire" e "Loud", quest'ultima con la collaborazione di Lindsey Stirling? Riescono a farsi apprezzare nonostante le linee vocali poco ispirate.
    Per fortuna in "Personal" ritorna la Jessie del primo album, quella capace di cantare col cuore: brava! E anche "Get Away" riesce a colpire, nonostante tutti quei virtuosismi fuori luogo. Datti una calmata, Jessie: l'abbiamo capito che hai una voce agile. 
    Sorvolando sulle inutili "You Don’t Really Know Me" "Your Loss I'm Found", arriviamo a dei brani che richiederebbero l'esorcista: in "Said Too Much" Jessie J viene posseduta da Demi Lovato, in "Seal Me With A Kiss" da Mariah Carey e in "Ain’t Been Done" dalla Spirito della Cafonaggine. Fortunatamente, nessuno potrà rubare l'anima di Jessie: l'ha venduta assieme alla sua dignità in "Burnin' Up".
    Tirando le somme, Sweet Talker è un album con vari difetti e qualche pregio. L'originalità e la personalità sono ai minimi termini, ma qualcosa che si salva c'è. Quando Jessie evita di fare la cafona pseudo-urban e tiene a freno la sua vocalità strabordante, riesce a emozionare. Il problema è che sembra ci sia stato un calo anche da questo punto di vista: "Thunder", "Breathe" e "I Miss Her" sono state scritte e cantate con più cuore di buona parte dei brani di Sweet Talker, mentre i livelli di "Nobody's Perfect" e "Who You Are" sembrano lontani anni luce. 

martedì 17 febbraio 2015

Pagelle Musicali: 2014 (seconda parte) - Inferno

  • Ariana Grande – My Everything
    - Voto: 50 su 100
    - Genere: R&B, Pop
    - Influenze: Electropop, Dance pop
    - Commento: Primi singoli a parte, è un album fermo al 1999 di Mariah Carey, sia vocalmente sia musicalmente. Noia. 
  • Liv Kristine – Vervain
    - Voto: 50 su 100
    - Genere: Gothic rock, Industrial rock
    - Influenze: Darkwave, Pop rock, Gothic metal
  • The Birthday Massacre – Superstition
    - Voto: 42 su 100
    - Genere: Synth rock, Synth pop, Gothic rock
    - Influenze: Darkwave, Electronic rock, Pop rock
    - Commento: Un album che si limita a ripetere passivamente i cliché del genere e della band. Come se non bastasse, i brani risultano quasi tutti privi di mordente. Peccato, un tempo i The Birthday Massacre erano una band davvero interessante. 

lunedì 9 febbraio 2015

Fantasy: la guida in cinque punti di Giulia Besa

Non ho mai fatto mistero di apprezzare tantissimo Giulia Besa, per cui potevo non segnalarvi questo suo articolo per ilmiolibro.it?
Si tratta di una guida in cinque punti per spiegare cosa è e cosa non è il fantasy, al di là dei falsi luoghi comuni. Inutile dire che concordo perfettamente con quanto spiegato da Giulia e che mi sono rallegrato nel vedere il suo articolo nella home del sito di Repubblica.
Cos'è il fantasy? Quando una storia è fantasy? È difficile fornire risposte esaurienti, perché non esiste una definizione formale e accettata da tutti del fantasy come genere letterario. Possiamo considerare un’opera come fantasy quando al suo fulcro vi sono uno o più elementi soprannaturali non spiegabili scientificamente (nel qual caso si tratterebbe di fantascienza) e che non necessariamente vogliono incutere terrore (nel qual caso si tratterebbe di horror). Ma tracciare confini precisi è praticamente impossibile.
Perciò può essere utile parlare di ciò che non è fantasy, o dei casi dubbi: quello che rimarrà, sarà fantasy.
Il resto dell'articolo lo trovate qui.

Ne approfitto per segnalarvi anche il nuovo romanzo di Giulia Besa, "Raccontami Ancora di Noi" (Sperling & Kupfer). Stavolta si tratta di un rosa, ma suppongo che in calendario ci siano anche delle nuove opere fantasy. Magari con Vaporteppa, con cui ha già pubblicato il racconto "La Gatta degli Haiku".

P.S. Giulia parla di VanderMeer tradotto in italiano per Einaudi. Ho controllato: è in traduzione la "Southern Reach Trilogy", che ammetto di non conoscere. È comunque un'occasione per festeggiare!

sabato 7 febbraio 2015

New Weird: Il Fantasy del nuovo millennio? (Parte II)

Nella prima parte di questo articolo abbiamo parlato delle motivazioni che sottendono la nascita del New Weird, ne abbiamo dato una definizione e ne abbiamo tracciato le differenze con i generi apparentemente simili. Adesso ripercorreremo brevemente l'evoluzione del New Weird, segnalando anche i romanzi e gli autori più importanti. Dove? Qui