Dolendo novit mortalis vitam


Dolendo discit mori mortalis

giovedì 21 maggio 2015

Songs fo the week - 2

Nell'ultima settimana sono entrato in fissa con...

Roniit - Runaway
Genere: Dark Electropop
Influenze: R'n'B, Trap
Nothing's here anymore, 
I don't feel the light you shine.

My smile hides behind my empty eyes.
I don't feel anymore
, waiting for the afterglow
.
I fade away into the unknown!
[...]
Draw me in like a flame, yielding fast into the undertow!
Delta Rae - Cold Day in Heaven
Genere: Power ballad, Pop, Pop rock
The sky’s dark and the flowers are frozen. The world is hushed.
Our guardian angels have turned their backs on us.
Something broken, I thought I could fix it, but it’s broken me!
Your kisses are poison, all your words are treason!
Porcelain Black - Curiosity
Genere: Pop rock, Industrial rock, Dance pop
Influenze: Electropop, Dance rock

I wanna know, wanna know how you do it.
I wanna know, wanna know how you use it.
Sugar and spice, make it naughty and nice!
I wanna know, wanna know: come and prove it!
I wanna see, wanna see you lose it.
I just want to taste your sex!

domenica 17 maggio 2015

Kamelot: riassunto delle puntate precedenti

Sto scrivendo la recensione di Haven, il nuovo album dei Kamelot, ma mi sono reso conto che è indispensabile ripercorrere le tappe fondamentali della band. 

I Kamelot sono sempre stati una delle band più interessanti del panorama power metal: una delle poche in grado di avere una personalità unica senza per questo diventare prevedibili, una delle poche in grado di scrivere testi poetici e ammalianti. 
I loro primi quattro album non sono granché, ma con Karma (2001) ed Epica (2003) hanno creato un sound raffinato ed elegante. In particolare, sono da segnalare brani magnifici come "Don't You Cry", "Elizabeth", "Forever", "Center of the Universe" e "Lost & Damned".

Col capolavoro The Black Halo (2005), i Kamelot hanno raggiunto la maturità, distinguendosi dalla miriade di band tanto banali quanto cafone che affollano il power. Brani come "The Haunting (Somewhere in Time)", "March of Mephisto", "Memento Mori" e "Abandoned" sono rimasti negli annali del metal, ma pure il resto della tracklist si mantiene su alti livelli e non ha filler. 



Il successivo Ghost Opera (2007) ha segnato un punto di svolta grazie alle atmosfere decadenti dal sapore gothic, alle orchestrazioni magniloquenti e ai testi ispiratissimi. Queste premesse si traducono in brani di grande fascino e intensità come "The Human Stain" (forse il migliore della band), "Ghost Opera", "Rule the World", "Love You to Death", "Eden Echo" "Season's End". Da segnalare anche la bellissima "Anthem", che però è stata rovinata da una produzione nonsense (che schifo è quel filtro sulla voce?). Purtroppo i sei brani restanti sono inutili e molto brutti, difetto che impedisce di gridare al capolavoro.

Per avere un album più equilibrato bisogna aspettare il successivo Poetry for the Poisoned (2010). Qui le atmosfere oscure sono state sviluppate su una tracklist dalla qualità costante, a parte per due filler. Come non rimanere stregati da "Poetry for the Poisoned", "House on a Hill", "Hunter's Season", "If Tomorrow Came", "Necropolis", "My Train Of Thoughts", "The Zodiac""The Great Pandemonium"? Si tratta di brani che non raggiungono i picchi presenti in Ghost Opera, ma che comunque sono di qualità tale da permettere a Poetry for the Poisoned di diventare il secondo miglior album dei Kamelot dopo The Black Halo

È indubbio che la fortuna dei Kamelot è dovuta anche a Roy Khan, voce unica nel panorama power. Il suo timbro baritonale e la naturalezza nelle note gravi lo fanno spiccare per personalità, mentre il suo approccio teatrale alle linee vocali gli è valso il titolo di Re del Pathos e dell'Espressività. Non stupisce che, quando nel 2011 Roy ha lasciato la band, in molti hanno avuto un trauma. 
Per fortuna, è stato trovato un sostituto degno, ossia il bravissimo Tommy Karevik dei progster Seventh Wonder. Lui, essendo un tenore, ha una voce diversa da quella di Roy: più squillante, portata per gli acuti, agile e con grandi capacità virtuosistiche. Tommy è pure molto espressivo, ma è un cantante totalmente moderno e quindi ha un approccio diverso da quello di Roy (che invece in passato ha studiato anche canto lirico). 
Tommy spicca anche per estensione e versatilità, per cui non desta stupore sentirlo cantare bene sia le linee vocali simil-AOR dei Seventh Wonder sia quelle teatrali dei Kamelot. Più che altro, è incredibile il modo in cui riesce a scurire il timbro fino a trasformarsi in un sosia di Roy Khan. Peccato, però, che in Silverthorn (2012) Tommy canti quasi tutto così! Perché non sfruttare a pieno la voce di Tommy? Perché non farlo cantare sia su note gravi sia su note acute, sia col suo vero timbro sia scurendolo sulla scia di Roy? Insomma, perché limitare uno dei migliori cantanti al mondo al ruolo di imitatore? L'impressione data in Silverthorn è di un cantante senza personalità, cosa in realtà falsa!
Come se non bastasse, Silverthorn ha un sound banale, anacronistico e a tratti cliché. È un album nato vecchio di almeno dieci anni, che si limita a riprendere un sound abusato rileggendolo soporifera. Sono state abbandonate le influenze gothic, ma per sostituirle con cosa? L'impressione è che sia venuto a mancare il coraggio che aveva contraddistinto i Kamelot negli anni passati e che aveva permesso loro di mantenersi in equilibrio tra l'avere una personalità ben definita e il riuscire a sperimentare.
Le uniche tracce decenti di Silverthorn sono "Torn", "Ashes to Ashes", "Falling Like the Fahrenheit""Sacrimony (Angel of Afterlife)" e "Song for Jolee", ma solo quest'ultima è degna del nome dei Kamelot. 

Insomma, dovendo fare una classifica degli album dei Kamelot usciti tra il 2001 e il 2012, metterei The Black Halo (90) al primo posto e lo farei seguire da Poetry for the Poisoned (86), Ghost Opera (82), Karma (75), Epica (74) e infine Silverthorn (62).  Ma è da pochissimo uscito l'undicesimo album dei Kamelot nonché secondo con Tommy Karevik al microfono: Haven. I Kamelot sono riusciti a uscire dal pantano? Lo scoprirete nella recensione che pubblicherò tra poco. Stay tuned!

giovedì 14 maggio 2015

Songs of the week - 1

Inauguro oggi una nuova rubrica, "Songs(s) of The Week", palesemente ispirata a quella della simpaticissima youtuber CherylPandemonium. Ogni giovedì condividerò le tre canzoni che mi hanno fatto andare in fissa nell'ultima settimana.

Molly Sandén - Phoenix 
Genere: Pop, Synth pop

I used to fear the night, I used to close my eyes.
Now I need the dark so I can see the stars shine!
I'm Falling just to rise, falling just to die!
Gotta die to stay alive!
Kamelot - Here's to the Fall 
Genere: Ballad

Here's to the fall, the fall of us all.
Are we nothing but leaves in the wind?
 Moonspell feat. Anneke van Giersbergen - Scorpion Flower
Genere: Gothic metal


Can I steal your mind for a while?
Can I stop your heart for a while?
Can I freeze your soul and your time?

mercoledì 13 maggio 2015

La Tutela della vita familiare: seminario su diritti fondamentali e discriminazioni

In occasione della giornata internazionale contro l'omofobia Avvocatura per i diritti LGBTI - Rete Lenford e Queer As Unict promuovono un seminario dal titolo “La Tutela della Vita familiare tra Diritti fondamentali e Discriminazioni”.
L'incontro si terrà giorno venerdì 15 maggio 2015 nell'Aula Magna del Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Catania, a partire dalle ore 10.

La legislazione italiana attuale non garantisce la legittima aspirazione delle persone omosessuali alla tutela della loro vita familiare, inclusa tra i diritti fondamentali dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti umani.
Mentre in questi giorni la piccola Malta ha approvato un testo ben strutturato sulle unioni civili, che stabilisce anche la possibilità dell'adozione per coppie dello stesso sesso, e mentre in Spagna la legge sul matrimonio egualitario festeggia il decimo anno di vita, nel Bel Paese il Testo sulle unioni civili (c.d. Ddl Cirinnà) procede con grande lentezza il suo iter al Senato e, sotto molti aspetti, non convince.
Tra chi parla di apartheid giuridica e chi è pronto ad accettare qualsiasi passo avanti, ci si chiede se oggi il diritto fondamentale alla vita familiare sia garantito davvero a tutti. In Italia sembrerebbe che le istituzioni facciano fatica a declinare la nozione di famiglia al plurale, mentre la realtà sociale appare evolvere verso il rifiuto della discriminazione che colpisce le famiglie formate da persone dello stesso sesso.

Apertura Giornata e Saluti:
Francesca Milone, Queer As Unict;
Avv. Giusi Arena, Rete Lenford Catania.

Relazioni:
Prof.ssa Delia La Rocca, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, "Ragione e sentimento. Il ruolo del diritto nella vita delle famiglie";
Avv. Antonio Rotelli, Rete Lenford, "Lo statuto giuridico delle persone omosessuali";
Dott. Gaetano Sisalli, psichiatra analista transnazionale clinico, "Dalla omosessualità alla omogenitorialità: fare famiglia";
Bianca Mascolino, Queer As Unict, "Impegno associazionistico e diritti civili: per chi suona la campana?".

Al termine degli interventi seguirà un dibattito.
Vi aspettiamo!

sabato 2 maggio 2015

La seconda pietra

Ho spesso paura del domani. E se mi svegliassi senza riconoscere mio marito? Se non sapessi dove mi trovo o non mi riconoscessi allo specchio? Quando smetterò di essere me stessa? La parte del mio cervello responsabile del mio essere me stessa e nessun'altra è vulnerabile alla malattia? O la mia identità è qualcosa che trascende neuroni, proteine e difetti molecolari del DNA? Il mio corpo e il mio spirito sono immuni dal saccheggio dell'Alzheimer? Io credo di sì.
Sentirsi diagnosticare l'Alzheimer è come essere marchiati con una lettera scarlatta. È quello che sono adesso, una persona affetta da demenza. E il modo in cui, per un certo periodo, mi definirò io, e poi continueranno a definirmi gli altri. Ma io non sono quello che dico o quello che faccio o quello che ricordo. In realtà sono molto di più.
- Da "Still Alice: Perdersi" di Lisa Genova
A volte mi sento come se la mia ragione si stesse indebolendo e il mio orologio interiore obbligasse il tempo a fermarsi. Sto sbriciolando il confine fra la vita e la sanità mentale ed ecco che tutto comincia ad andare in frantumi davanti a me.
A volte sento di star tradendo i miei ricordi. Questa volta sembra che stia perdendo la battaglia: trovo difficile essere coscientemente parte della vita. Ed ecco che la consapevolezza e i sogni cominciano a separarsi.
Il treno dei miei pensieri si è perso da qualche parte lungo la strada. Sto inseguendo le ombre che affollano il mio cammino, repliche di visioni che danzano più veloci della mia mente.
- Da "The Second Stone" degli Epica (traduzione di Moonpie) - 

mercoledì 29 aprile 2015

Canto: i falsi miti sulla potenza vocale

La "potenza vocale" è un concetto molto abusato tra chi sa poco o nulla di canto, quindi vorrei cercare di sfatare un po' di luoghi comuni utilizzando un linguaggio semplice e accessibile a tutti.
In particolare, chi ha studiato canto lirico o conosce la storia del canto, si accorgerà subito di alcune forzature nella prima parte del mio discorso. So bene che nel canto tradizionale è più corretto parlare di "proiezione" che di "potenza", ma in realtà il focus di questo articolo è sul canto moderno e la parte riguardo alla lirica mi serve solo come introduzione. Non a caso, io mi rivolgo soprattutto a chi di canto ne sa poco o nulla, ma parla comunque a vanvera.
La potenza è vitale nel canto lirico e, in modo più specifico, per l'opera. Questo perché, non essendoci microfoni ed essendo aiutati solo dall'acustica del teatro, bisogna riuscire a sovrastare l'orchestra e a farsi sentire bene da tutti. Un cantante lirico che fatica a farsi sentire oltre la seconda fila forse dovrebbe dedicarsi solo alla musica da camera, all'operetta o a un certo tipo di musical crossover.
Non bisogna scordarsi che l'impostazione lirica nasce anche (ma non solo) dalla necessità di ottenere la "formante del cantante" senza sforzare le corde vocali e producendo suoni gradevoli, quindi utilizzando al meglio le consonanze/risonanze offerte dal corpo umano.
Ciò, però, non vuol dire che non ci sia dinamismo vocale. Bisogna sempre ricordare che nell'opera (e nell'operetta e nelle arie cameristiche), si recita cantando, quindi l'espressività e l'interpretazione sono centrali. In tale contesto, riuscire a gestire la potenza vocale diventa importantissimo, specie quando si ha a che fare con passaggi in fortissimo o in pianissimo, con ariosi e filati, con crescendi e diminuendi. E non bisogna dimenticare la "messa di voce", una tecnica che consiste nell'aumentare e diminuire il volume di una nota tenuta (dal pianissimo al fortissimo e ritorno). Un esempio di questa difficile tecnica lo si trova in "Alto Giove" di Porpora, di cui vi consiglio di ascoltare la versione di Philippe Jaroussky.

Nel canto moderno non si ha la necessità di ottenere molta potenza in quanto la voce è amplificata artificialmente. Con l'uso del microfono, infatti, anche una voce molto piccola può essere sentita chiaramente. Il ruolo della potenza diventa quindi puramente espressivo.
Il canto è una forma di comunicazione, quindi per un cantante il saper interpretare e l'essere espressivo sono qualità vitali. Ma come si può comunicare se non si ha dinamismo vocale e non si è in grado di controllare il volume della propria voce? Ne consegue che l'accento non va posto sulla potenza in sé, quanto sulla capacità di controllarla e modularla.
Paradossalmente, spesso l'avere una grande potenza vocale diventa quasi un'ostacolo che rende più complicato trattenersi e fare i famigerati piani e pianissimi, ma anche gli ariosi, i filati e gli sfumati. Non fraintendetemi: l'avere una voce potente è una preziosa fortuna, ma se non la si sa controllare, può trasformarsi in un'arma a doppio taglio. Intendo dire che cantare a pieni polmoni è utile per trasmettere certe sfumature emotive, ma è dannoso per trasmetterne altre. Senza contare che usare sempre la massima potenza porta alla noia e alla prevedibilità.
Insomma, non va applaudito il cantante che è in grado solo di cantare a pieni polmoni facendo tremare le sedie, ma quello che è in grado sia di fare ciò sia di trattenersi e cantare quasi sussurrando sia di ottenere varie di vie di mezzo. Inoltre, va applaudito anche e soprattutto chi ha l'intelligenza "attoriale" di capire quando e come variare la potenza e/o fare certe modulazioni a seconda degli scopi espressivi. E sono proprio questi ultimi a dover stare al centro dell'attenzione, aiutati anche dagli strumenti offerti dalla tecnica.

Un errore che fanno in tanti è quello di supporre una correlazione certa tra abilità tecniche e potenza.
Innanzitutto, va detto che è molto più difficile controllare il diaframma nei pianissimi che non nei fortissima, poi va detto che molto dipende dalle strutture anatomiche. Infatti, se hai la natura non ti ha sorriso, neppure studiando per decenni potrai ottenere una potenza vocale enorme. Ciò però non vuol dire essere cantanti scadenti! Sia in ambito moderno sia in ambito lirico, esistono varie voci piccole che brillano per espressività, impostazione e capacità virtuosistiche. La potenza, insomma, è solo uno dei tanti canoni di valutazione vocale, non il principale.

Infine, quanti di voi si domandano come certi cantanti ottengono potenza? A urlare di gola son capaci tutti, ma ciò risulta dannoso per le corde vocali e spesso genera suoni sgradevoli e spigolosi. Urlare non è cantare! La potenza vocale "vera" è quella ottenuta in modo salutare, quindi con un corretto appoggio/sostegno diaframmatico, con la voce ben mascherata, agganciata e proiettata in avanti, con la laringe rilassata e aperta, con la lingua bassa, il palato molle alto etc etc...
Diversamente, diventa facile entrare in confidenza con i "cari" noduli.

martedì 31 marzo 2015

Sulla natura dell'arte narrativa e sull'importanza dello studio

Segnalo cinque articoli molto interessanti.
  1. Il problema di chiamarla "Arte" e basta dal blog di Vaporteppa.
    Cosa è d'avvero l'Arte in ambito letterario? Per chi ha studiato, il problema non si pone: è dal 1961 che è diventata chiara la natura della narrativa come Arte Retorica, per la precisione Retorica delle Dissimulazione. Eppure tanti autori continuano a rifugiarsi nella parola Arte come contrapposizione a Commerciale, perché schiacciati da una meccanismo commerciale a cui non sanno adeguarsi. Allo stesso modo, molti editori incompetenti usano le logiche di mercato come scuse per accontentarsi di standard qualitativi bassi. Ciò è reso possibile dall'usare la parola Arte in modo molto generico. Perché si usa spesso "Arte" senza dare un significato chiaro alla parola? Tra i vari motivi, inclusa l’ignoranza e la malafede, c’è anche quello che molta di questa presunta Arte, giudicata come Retorica, è spazzatura. Un altro problema della parola Arte non definitiva maggiormente è che gli editori hanno cominciato a definire Arte Letteraria porcate caratterizzate dall'uso di parole oscure a caso e/o da un tono radical-chic o finto intellettuale. Tanto, se l’Arte non è definita in modo preciso, chi può dire che non siano Arte? E chi può impedire di sfruttare il termine per scopi puramente commerciali? 
  2. Gli handicappati della letteratura da Baionette Librarie.
    In questo articolo si utilizza Baricco come esempio di pessimo scrittore in quanto non fa retorica nel modo atto a causare un responso misurabile nel cervello. Partendo da ciò, si ragiona sul perché ci sia gente convinta che Baricco sia un grande scrittore e su quali bias stanno dietro a certi errori di valutazione. Infine, si spiega perché l'odio italiano verso la narrativa di genere porti da un lato a una generale diminuzione del numero dei lettori e dall'altro a una diffusa mancanza di serietà tra gli scrittori. 
  3. Nascita o addestramento? dal blog di Vaporteppa.
    Fa comodo appellarsi al Talento, perché salva dalle critiche e dalla fatica. Perché studiare per migliorare, se solo il Talento conta? Peccato che in realtà lo studio e l'allenamento siano molto più importanti del potenziale di partenza. 
  4. La Qualità è l’unica Realtà che abbiamo dal blog di Vaporteppa.
    Prendendo spunto da due video di Enzo Mari, si parla dell’importanza di fare aspirando a far bene, lavorando per far bene, secondo metodi che aumentino l’efficienza e con obiettivi di qualità chiari in testa. 
  5. La Virtù sta sempre nel mezzo? dal blog di Vaporteppa.
    La differenza tra fede e conoscenza sta in ogni cosa.
    Prendiamo per esempio l’idea diffusa che ogni estremo sia sbagliato e la corretta soluzione sia sempre in mezzo, che è l’interpretazione di chi segue per fede “in medio stat virtus” applicandolo sempre e senza interrogarsi su cosa implichi o cosa significhi.
    Per esempio, applichiamolo alla scelta tra due estremi: per dissetarsi è meglio un bicchiere d'acqua o uno di sabbia? Chi sceglie di bere acqua è forse un estremista? C'è differenza tra "equilibrio" e "compromesso"?
    In Narrativa, non esiste una via di mezzo tra Mostrare e Raccontare: l'unica scelta sensata è quella del Mostrare. L'equilibrio va quindi ricercato internamente al Mostrato, perché descrivere troppo o descrivere troppo poco sono entrambe scelte dannose. Bisogna capire cosa Mostrare e, soprattutto, come farlo in relazione al Punto di Vista. Il resto va tagliato. 

Per chi volesse approfondire le questioni accennate, consiglio di leggere "Retorica della Narrativa" di Booth, "Storia e Discorso" e "Literary Style" di  Chatman, qualche buon saggio di Tecniche Narrative di base (ad esempio, quelli della Gotham Writers's Workshop o di James N. Frey) e qualche testo di Neuronarratologia, Poetica Cognitiva, Neuroretorica e Neuroestetica. In particolare, consiglio i testi di Stefano Calabrese ("Neuronarratologia", "Retorica e Scienze Neurocognitive"...) e di Bernini e Caracciolo ("Letteratura e Scienze Cognitive"...).

domenica 29 marzo 2015

Recensione: "Endless Forms Most Beautiful" dei Nightwish

Nightwish – Endless Forms Most Beautiful
- Voto: 45 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Symphonic metal
- Influenze: Folk metal, Power metal, Celtic metal
Analisi:
È da un po' di anni che i Nightwish sono impantanati nei propri cliché. O meglio, più che dei Nightwish, conviene parlare di Tuomas Holopainen, dato il gioco di squadra qui non è di casa.
Il tastierista finlandese sembra essere un fan dei Pokémon, a tal punto da far evolvere i propri brani in modo simile ai mostriciattoli giapponesi: diventano più grossi e rumorosi, ma la sostanza rimane sempre quella. Con ciò non intendo dire che i Nightwish dovrebbero rivoluzionare totalmente il proprio sound, ma che per lo meno dovrebbero essere in grado di evolversi, di dare a ogni album una personalità propria e di non sfornare solo brani perfettamente intercambiabili. C'è chi riesce a creare ricette nuove pur utilizzando sempre i soliti ingredienti, a far sembrare fresco ciò che in realtà è stantio, ma non è il caso di Tuomas.
Consapevole di ciò, nei due album precedenti si è fatto aiutare da Pip Williams e ha tentato di nascondere i buchi nel songwriting inserendo strati su strati di orchestre fuori luogo. Ciò nonostante, le critiche non sono mancate e Tuomas ha deciso di sfornare un album più "band-oriented", cosa che però rende complicato nascondere la banalità delle canzoni. E il compito diventa ancora più arduo quando non si ha a che fare con semplici soluzioni trite e ritrite, ma addirittura con autoplagi palesi. Infatti, se Endless Forms Most Beautiful fosse stato pubblicato dagli Xandria, probabilmente Tuomas Holopainen li avrebbe denunciati per plagio. Ma passiamo ad analizzare i "nuovi" brani dei Nightwish.
L'album si apre con "Shudder Before the Beautiful", che non è altro che un copia-incolla sfacciato di "Dark Chest of Wonders", "Master Passion Greed" e "Storytime". Davvero, ci sono passaggi identici! E lo stesso vale per "Yours Is An Empty Hope", che pesca ancora da "Master Passion Greed" e "Dark Chest of Wonders", condendo il tutto con Floor che urla distruggendosi le corde vocali. Probabilmente la cantante olandese è masochista e gode all'idea di rimanere afona per via dei noduli, ma perché gli ascoltatori devono soffrire assieme a lei?
Per fortuna Floor riesce a essere più delicata nella power ballad "Our Decades In The Sun", che però è piatta e ha un antifurto di voci bianche riciclato da "A Lifetime of Adventure" del progetto solista di Tuomas. Ma l'estremismo ecologista non finisce qui: l'orrenda "Apenglow" ha i synth presi di peso dall'altrettanto orrenda "Bye Bye Beautiful", mentre la moscia "ClichElan" "Élan" sembra "Last of the Wilds" rallentata.
Proseguiamo con "My Walden", che ha una melodia da filastrocca demenziale dell'asilo, ma che sul finale recupera grazie a un inaspettato cambio di tempo e a dalle cornamuse ispirate. Purtroppo non è uno stato di grazia che dura a lungo: già la successiva title-track passa inosservata.
Dopo aver esaurito tutti i brani indecenti, passiamo a citare quelli decenti. In primis "Edema Ruh", che ha una melodia molto bella, anche se già sentita. Si salva per poco anche "Weak Fantasy", che ha delle soluzioni simil-western interessanti. Peccato, però, che il finale sia troppo ripetitivo e che Floor stia affogando nel catarro. E qui mi domando: in Finlandia hanno per caso abolito i mucolitici? Allora infilatele un aspirapolvere in gola e fatela benedire dal Divino Otelma, purché smetta di abbaiare! 
A questo punto rimane solo l'ultima mezz'ora dell'album, che si apre con "The Eyes of Sharbat Gula". Si tratta di un brano semi-strumentale ispirato, che però è stato allungato innaturalmente e reso ripetitivo. Evidentemente Tuomas vuole giocare a chi ce l'ha più lungo, come si capisce anche da "The Greatest Show on Earth", una suite lunga ventiquattro minuti che parla dell'evoluzione della vita sul pianeta Terra. Un progetto molto ambizioso, forse anche troppo: se già i Dream Theatre di "Octavarium" faticano a tenere alta l'attenzione dell'ascoltatore, quante probabilità ci sono che Tuomas non abbia fatto il passo più lungo della gamba? Nessuna, tant'è che su ventiquattro minuti almeno la metà sono filler. Questa tendenza si palesa fin dall'intro al piano: tanto bello quanto ripetitivo. Che noia! E questo è solo l'inizio di una sfiancante attesa che dura fino a metà del sesto minuto, momento in cui il brano si avvia davvero e si trasforma in uno scarto degli Epica. Per lo meno le linee vocali ispirate riescono a farci arrivare intorno al decimo minuto, ma subito dopo la suite si sfilaccia. E così, tra progressioni random, parti cantante inutili, qualche secondo simil-dance e suggestioni orchestrali soporifere, si arriva ai due minuti finali di versi delle balene e suoni oceanici. Tuomas, ci stia prendendo per il culo?
Insomma, "The Greatest Show on Earth" ha dalle intuizioni molto belle, che però sono state inserite in una struttura nonsense, caotica e piena di parti inutili. È come utilizzare del caffè di ottima qualità per farci una brodaglia annacquata alla statunitense! Come se non bastasse, ci sono forti somiglianze con la colonna sonora di Avatar, anche se certe cose non sono una novità (provate ad ascoltare "Paperdoll" dei Markize e poi "Cadence of Her Last Breath").
Per quanto riguarda i testi, Tuomas si è lasciato andare a una scrittura pomposa e pretenziosa che però nasconde una certa povertà di contenuti. I testi più belli, infatti, sono quelli scritti e letti da Richard Dawkins. Ciò nonostante, va apprezzato lo sforzo di Tuomas nel cambiare tematiche: finalmente ha smesso di lamentarsi dell'innocenza perduta con la mano del poeta guardando porno a tema Disney! Peccato solo che continui a ripetere lo stesso alcune frasi fatte ("meadows of heaven" in primis) e che continui a polemizzare con le vecchie cantanti ("Yours Is An Empty Hope" è contro Anette).
E a proposito di cantanti, va sottolineato che anche se Tuomas avesse a disposizione un ibrido tra Maria Callas e Beyoncé, rimarrebbe incartato nei propri cliché. Certo, il doversi adattare a una nuova cantante lo costringe per lo meno a cambiare le linee vocali, ma in Endless Forms Most Beautiful ha fatto cantare a Floor melodie più ad adatte ad Anette, a parte per qualche urlo qua e là. Inoltre siamo ben distanti dall'espressività che l'ex cantante aveva dimostrato in "Scaretale" e in altri brani dell'altrimenti mediocre Imaginaerum.
Tirando le somme, Endless Forms Most Beautiful è un album banale e fin troppo autocitazionista, ma la qualità media rimane bassa al di là dei paragoni. Qualche passaggio che si salva c'è, ma è affogato nei deliri di onnipotenza del più grande ego finlandese. 
Il successo commerciale arriverà comunque, data la fama dei Nightwish e la rendita su cui vivono, ma è palese che ormai non sono più tra le band di punta del Symphonic metal. E no, la colpa non è dell'allontanamento di Tarja. 
- Classifica delle tracce:
  1. "Edeam Ruh" 
  2. "Weak Fantasy" 
  3. "The Greatest Show On Earth" 
  4. "The Eyes Of Sharbat Gula" 
  5. "Our Decades In The Sun" 
  6. "My Walden"
  7. "Endless Forms Most Beautiful" 
  8. "Élan"
  9. "Shudder Before the Beautiful"
  10. "Yours Is An Empty Hope"
  11. "Apenglow"

P.S. conoscendo il Q.I. medio dei fan(atici), specifico che so bene di aver analizzato l'album senza seguire l'ordine della tracklist. Pace, amore, cuore e unicorni!

giovedì 19 marzo 2015

Holes In Your Coffin

Stavo guardando "L'Aria Che Tira" su La7 e, durante un servizio sulle distruzioni di opere d'arte da parte dell'ISIS, mi sono sentito fisicamente male e stavo per mettermi a piangere.
Io non ho una grande fiducia nel genere umano, ma i prodotti culturali posteriormente chiamarti Arte siano forse l'unica vera cosa positiva fatta dalla nostra specie. 
L'uomo realizza la sua forza creatrice tramite le varie forme dell'arte (musica, letteratura, scultura, pittura, architettura...). Grazie a ciò, l'uomo diventa una piccola divinità, quindi distruggere opere d'arte è un atto blasfemo. E non parlo di blasfemia contro un dio astratto e inesistente, ma contro una delle pochissime qualità reali del genere umano. 
Stiamo distruggendo il nostro pianeta, ci uccidiamo tra di noi, calpestiamo diritti e libertà inalienabili, crediamo a superstizioni religiose demenziali, ma possiamo creare cose meravigliose e abbiamo il dovere di conservarle. L'arte è il nostro testamento, è l'unica cosa che permetterà all'universo di ricordarsi di noi e quindi di dar senso alla nostra esistenza e avvicinarci all'immortalità.
Come se non bastasse, lo Stato Islamico sta distruggendo dei beni archeologici, sicché c'è in ballo anche la nostra memoria. A questo punto cito Eleonora Pescarolo, scrittrice e studentessa di archeologia: "se venisse confermata, ritengo che peggio della distruzione di opere d'arte ci sia solo la distruzione totale dei siti archeologici di Nimrud e Dur Sharrukin. Distruggere con ruspe e altro significa mettere il sito in condizione di non essere più indagato e probabilmente nemmeno ricostruito. Tutto quello che potevamo ricavare in più, magari con nuovi metodi scientifici, è andato definitivamente a quel paese. Non solo hanno annientato (o cercato di annientare) opere d'arte, ma hanno distrutto letteralmente la storia impedendoci di conoscerla. E impedire di conoscere qualcosa è cancellarla per sempre".

So bene che l'ISIS compie certi atti per pura propaganda, tant'è che molte statue distrutte erano in realtà delle copie in gesso, ma la motivazione è secondaria. Non ci può essere alcuna motivazione sensata dietro certi atti anche solamente simbolici, men che meno se a farli è chi viola sistematicamente i diritti umani. E sappiamo bene cosa sta facendo l'IS contro chiunque ne metta in pericolo l'ideologia, da certi musulmani agli omosessuali, dai kurdi agli atei, dagli appartenenti a religioni diverse a chi chiede democrazia e libertà.
"Noi siamo ogni statua, ogni muro di una città antica distrutto dalla furia umana."
[Associazione Nazionale Archeologi]
Ne approfitto per segnalarvi un bellissimo articolo di Graeme Wood, pubblicato originariamente sul "The Atlantic" e ora tradotto in italiano da Alex Grisafi. Nell'articolo in questione viene spiegato cosa è l'ISIS, cosa vuole e perché la sua lotta si rivolge soprattutto contro lo stesso mondo islamico e solo secondariamente verso l'occidente. 
Lo Stato Islamico non è soltanto un novero di psicopatici. È un gruppo religioso con credenze meditate con cura, tra cui la convinzione di avere un ruolo chiave negli eventi come agenti per l’incombente Apocalisse. 
Vi segnalo anche l'ottimo video documentario di VICE sull'ISIS, con tanto di sottotitoli in italiano. 

Chiudo con un pensiero a Phildel, artista di cui ho già parlato. Questa cantautrice ha vissuto l'infanzia sotto la dittatura domestica del patrigno, un fondamentalista islamico che era arrivato a vietare ogni forma di musica in casa sua. Niente radio, niente cd o cassette, niente strumenti musicali, niente canto, niente di niente. Inoltre Phildel veniva maltrattata costantemente, a tal punto da decidere di fuggire di casa appena diciassettenne. 
L'idiozia delle religioni (tutte le religioni) non può cancellare la forza della creatività umana, quindi voglio intitolare questo articolo come una canzone di Phildel scritta contro il patrigno. 

domenica 8 marzo 2015

Recensione: "Ten Love Songs" di Susanne Sundfør

Dopo aver recensito The Brothel e The Silicone Veil, è giunto il momento di parlare di Ten Love Songs, uno degli album pop migliori di sempre.

Susanne Sundfør – Ten Love Songs
- Voto: 91 su 100
- Anno: 2015
- Genere: Synth pop, Baroque pop, Dance popArt pop, Electropop
- Influenze: Musica elettronicaMusica classica, Soul, Dream pop
- Analisi:
Dopo aver collaborato con gli M83, i Röyksopp e Kleerup, Susanne ha iniziato a essere conosciuta anche fuori dalla Scandinavia: quale momento migliore per produrre un album più accessibile? Si tratta di un esperimento nuovo per la cantante norvegese: il suo modo di fare pop è sempre stato molto sperimentale e complesso, ben distante da quello apprezzato a livello internazionale.
In un'intervista, Susanne ha dichiarato che scrivere Ten Love Songs è stato molto difficile: laddove prima si limitava a riportare idee sul pentagramma senza alcun freno, adesso ha dovuto razionalizzare il processo compositivo come se stesse facendo un puzzle o svolgendo equazioni matematiche. Ma pur volendo essere più pop, Susanne non ha voluto rinunciare allo spessore artistico e ha tentato di tenere insieme obiettivi apparentemente opposti. Si tratta di un'impresa quasi suicida, eppure Susanne ci è riuscita con eclettismo ed eleganza.
Ma quella della cantante norvegese non è solo una sfida personale, ma anche una scelta dettata dal buon senso: usare strutture contorte per una album basato sulle emozioni sarebbe stato controproducente. E a proposito del concept, non fatevi ingannare dal titolo: Ten Love Songs non è il solito album sull'amore, bensì una trattazione personale e non banale sulle sue conseguenze.
Capiamo che aria tira fin da "Darlings", intro in cui la voce di Susanne riesce a colpire al cuore pur avendo solo due minuti e mezzo a disposizione. Viene anche esplicitato l'approccio alle tematiche dell'album, che non è per nulla positivo, e lo strumento principe, ossia l'organo.
"Accelerate" inizia con delle percussioni che fanno venire voglia di ballare. A soddisfare questa richiesta ci pensa un'elettronica dark e sexy che rimanda ai Depeche Mode e agli Eurythmics. L'atmosfera derivata viene accentuata anche dalle vocals ammalianti, da un assolo di organo ispirato alla "Toccata e Fuga in Re minore" di Bach e da un climax tra l'orgasmico e il demoniaco. Insomma, la colonna sonora ideale per un porno diretto da Stanley Kubrick o Dario Argento!
La successiva "Fade Away" inizia ricollegandosi al finale di "Accelerate", cosa che ci fa capire come la tracklist sia stata ben studiata. I due brani viaggiano però su polarità opposte: mentre "Accelerate" ha un'atmosfera oscura marcata dall'assolo di organo, "Fade Away" ha un'atmosfera luminosa marcata dall'assolo di tastiera. Le melodie vocali entrano subito in testa e trasmettono un'allegria quasi hippie nonostante un tema non proprio positivo, cosa che ci fa capire perché "Fade Away" sia stata scelta come primo singolo.
Cambiamo registro con "Silencer", una ballad le cui linee vocali  ricercate, sorrette dalla chitarra acustica e dagli archi, rendono benissimo la poesia del testo. Ciliegina sulla torta: il finale dream pop è da applausi.
Anche "Kamikaze" sembra iniziare come una ballad, stavolta all'organo, ma presto si trasforma in un dei brani dance più raffinati che abbiate mai ascoltato. Tra beat, sfuriate elettroniche simil-trance e melodie vocali ispirate, il brano fa ballare e cantare fino a un colpo di gong. Pensate che sia il finale? Vi sbagliate: a chiudere ci pensa un assolo di clavicembalo dal sapore settecentesco. Che trovata geniale!
Ed eccoci arrivati al perno attorno a cui ruota l'album: i dieci minuti di "Memorial". Il brano inizia come un lento sostenuto dall'organo, dalle tastiere e da interventi di chitarra acustica e archi. Le melodie vocali,emozionanti e un po' ottantiane, trovano il loro culmine in un ritornello che fa sublimare il cuore degli ascoltatori. Ma quando la scalata verso le stelle sembra irrefrenabile, il pianoforte e gli archi prendono il sopravvento e trasformano il brano nella colonna sonora di un amore leggendario. L'orchestra da camera genera un saliscendi emotivo dal potere mitopoietico. Poi, al ritorno della voce, la vostra anima esploderà e infine morirà lentamente. Dopo aver ascoltato "Memorial", sentirete un senso di vuoto e insieme di pace, come se Susanne avesse strappato via un pezzo di voi. Ma non è una scusa per fermarsi con l'ascolto, perché Ten Love Songs riserva ancora delle sorprese.
Con un crescendo simil-THX, ci immergiamo nel singolo "Delirious", che rilegge in chiave dance anni '80 certe ispirazioni di The Silicone Veil. Le linee vocali sono dirette e potenti, in contrasto con una base spesso dissonante di elettronica e archi. Poi il messaggio viene ulteriormente rimarcato da un'orgia di sovraincisioni e controcanti dissonanti. Piccola parentesi: pretendo il remix di Richard X in discoteca!
Ritorniamo su binari più rassicuranti con "Slowly", brano prodotto insieme ai Röyksopp e che propone una versione perfezionata dello "Scandi-synthpop". Non potrete fare altro che cantarne le immediate melodie e ballare abbracciati a qualcuno. In questo stato di trance, la leggera ripetitività del brano non dà alcun fastidio, ma anzi contribuisce a ipnotizzare.
Purtroppo, però, lo stesso effetto non riesce a darlo "Trust Me". Infatti, l'arrangiamento all'organo è fin troppo scarno per riuscire a sostenere il peso di una melodia vocale così drammatica. Il risultato è comunque pregevole e ricco di pathos, ma non ha la scorrevolezza di alcune ballad simili ascoltate in The Brothel.
L'album si chiude con un colpo di scena chiamato "Insects". Questo è un tripudio di sperimentazioni elettroniche vicine alla techno, di percussioni tribali e di suadenti vocals lasciate in secondo piano. Ne deriva un'atmosfera carnale e perversa, quasi sadomaso, che non stonerebbe in The Silicone Veil.
Tirando le somme, l'equilibrista 
Susanne Sundfør ha creato un album accessibile e di facile presa, ma anche in grado di stupire con soluzioni ardite e richiami colti. Le strutture dei brani sono diventate più semplici, le melodie sono state accentuate e i testi sono diventati più diretti, ma non sono cambiate né la qualità né la voglia di sperimentare. D'altra parte, se Susanne avesse continuato a fare l'artista tormentata, avrebbe rischiato di ripetersi. Per non impantanarsi, ha quindi preferito rinfrescare il proprio sound, portarlo su nuovi lidi senza per questo rinnegare il passato. Il risultato è Ten Love Songs, un album meno sperimentale ed elettronico dei precedenti, ma che si merita di entrare nella storia del pop. Chapeau, Susanne!
- Classifica delle tracce:
  1. "Memorial"
  2. "Accelerate"
  3. "Delirious"
  4. "Kamikaze"
  5. "Silencer"
  6. "Insects"
  7. "Slowly"
  8. "Darlings"
  9. "Fade Away" 
  10. "Trust Me"